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173650644 8a07ce31 08eb 4fdc 83bd 5dfb69ba18b0 - "Abbandonati a noi stessi": il futuro sospeso di un gruppo di universitari afghani a Firenze

Sono ragazze e ragazzi fra i venti e trent’anni, studenti dell’Università di Firenze, alcuni laureandi, alle prese con la tesi magistrale, altri iscritti a master o a scuole di dottorato, alcuni titolari di borse di studio – in attesa di finire i loro percorsi, coronare un sogno formativo, e poi tornare a casa, per mettere quel che hanno imparato al servizio del loro paese. Un sogno, per ora, spezzato. Sono in tutto circa una quarantina, gli studenti afghani dell’Ateneo rimasti bloccati a Firenze con l’arrivo dei talebani e lo stop ai rientri, nessuno dei quali, al momento, può realisticamente mettere in agenda di tornare.

Troppo alto il rischio che corre in Afghanistan chi ha anche solo studiato all’estero, o collaborato con organizzazioni straniere – come quasi tutti gli iscritti al corso di laurea Geography, Spatial management, Heritage for international cooperation del Dipartimento Sagas (Storia, Archeologia, Geografia, Arte e Spettacolo) o di Naturale resources management for tropical rurale development del dipartimento di Scienze agrarie e forestali Dagri, il grosso degli studenti ora ”sospesi” in questo limbo fiorentino. Alle prese con la complessa logistica di chi non sa né cosa fare nell’immediato, né cosa aspettarsi per il prossimo futuro – mentre il loro pensiero è tutto per le famiglie lontane, rimaste bloccate nel loro paese, a Kabul, Herat, la valle di Bamyan, Kandahar, «con cui spesso è difficile perfino mettersi in contatto via whatsapp». Per tanti c’è anche il problema di come mantenersi a Firenze, dell’affitto da pagare per un periodo molto più lungo del previsto, dei soldi che rischiano di non arrivare più da casa, e nemmeno dalle banche.

Alcuni di loro erano là ancora poche settimane fa, prima della presa del potere talebana, scampati per un soffio alla stretta, come B.M. (le iniziali di questo nome, come di tutti i seguenti, sono di fantasia per motivi di sicurezza), 29 anni: «Io ce l’ho fatta, ma ora non so cosa mi aspetta», racconta, «e là ho lasciato gli amici e la mia famiglia, li chiamo ogni giorno, sono in costante apprensione». Lui ne è convinto: «I talebani stanno cercando di mostrare un volto accettabile alla comunità internazionale, ma se riusciranno a stabilizzare il loro potere getteranno la maschera».

Terribile la storia di Y.Q., 37 anni, a Firenze per un Phd in Agraria e già impegnato, in Afghanistan, in progetti di ricerca in agricoltura: appena due giorni fa, racconta, sono stati uccisi in casa due suoi strettissimi parenti, un uomo e una donna, «soltanto perché si erano rifiutati di consegnare il proprio fucile ai talebani». Y. ora è qui, al sicuro, anche se privato di ogni certezza, ma la sua vita, dice, «non sarà più la stessa, è cambiata per sempre».

B.F., 27 anni, è una ragazza sorridente, dai grandi occhi scuri. Ha lasciato a Kabul la sua famiglia, i genitori, il padre architetto e la madre ingegnere, e due sorelle, «nessuno dei quali, ormai, lavora più, costretti in un attimo a lasciare attività professionali importanti e a rinchiudersi in casa in attesa di sapere se potranno o no ricominciare, e a quali condizioni».

M.Z, 31 anni, che sta seguendo un dottorato al Sagas, ha in Afghanistan la giovane moglie e due bambini. «Lei è insegnante», dice M, «e da settimane è a casa a non fare nulla», idem sua madre, che ha il torto, agli occhi dei talebani, di occuparsi di diritti civili. «Sono angosciato, i miei familiari sono di fatto dei prigionieri senza più nessuna prospettiva, in una situazione di estremo pericolo, in cui tutto può precipitare da un momento all’altro».

«Mi sembra di non avere più speranza di fare quello che avrei tanto voluto fare», riflette, con tristezza, H.A., 29 anni, «stavo studiando e già lavorando sul campo a progetti di superamento degli insediamenti proliferati senza alcuna pianificazione ai margini delle grandi città, e ormai diventati permanenti, privi di servizi degni di questo nome, dalle scuole ai trasporti», spiega. «Mi chiedo che fine faranno le iniziative con cui avevamo già cominciato a migliorare la vita di tanta gente».

H.G. 33 anni, anche lui iscritto al corso di laurea del Sagas, ha una moglie e un bambino di 3 anni riparati in Iran che rischiano di essere espulsi in Afghanistan senza nessuna protezione. Dirigente di un importante ufficio governativo afghano, è in ansia, dice, oltre che per sé e per la famiglia, per la sorte che attende, nella valle di Bamyan dove già vent’anni fa la furia talebana ha abbattuto i buddha giganti, «i tantissimi insediamenti archeologici dell’area, contro i quali non si useranno più i bazooka, ma la sottrazione sistematica e silenziosa di reperti di cui negli ultimi vent’anni erano iniziati studi e catalogazione, e ora abbandonati a se stessi».

«Una tragedia, e però io conto sul popolo afghano», riflette Q.S., introducendo un elemento di speranza: «I cambiamenti degli ultimi vent’anni sono sotto gli occhi di tutti», dice, «la gente stava capendo che cos’è la democrazia, e non credo che accetterà il tallone dei talebani». Gli studenti coranici? «Sono armati e violenti, non hanno nessun tipo di competenza, sono solo dei mullah incapaci di gestire il paese. Il popolo afghano non ha armi, ma ha la sua voce, e la farà sentire. Se la comunità internazionale lo sosterrà, l’Afghanistan si potrà ricostruire, mattone su mattone».

«Se non farà rientrare in condizioni di sicurezza chi ha finito gli studi, o tornare in Italia quelli che devono completarli, l’Afghanistan perderà il fior fiore della sua futura classe dirigente, la generazione che con le sue competenze e il suo entusiasmo potrà salvare il paese e farlo rinascere», avverte Mirella Loda, referente per la cooperazione dell’Università, e presidente del corso di laurea Geography, Spatial management, Heritage for international cooperation del Sagas a cui sono iscritti molti degli studenti afghani ”fiorentini”. Insieme allo staff dell’Ateneo per le relazioni internazionali, si sta occupando anche dellre studentesse e degli studenti afghani iscritti a Firenze e rimasti bloccati in Afghanistan, dove, prima del collasso di Kabul, erano andati in vacanza o per attività di ricerca, e che ora rischiano di non poter concludere gli studi.

«Noi cerchiamo di aiutarli tutti», spiega Loda, «ma abbiamo bisogno di supporti ad ogni livello istituzionale», dai ministeri, per quanto riguarda l’attività diplomatica o eventuali richieste di asilo politico – «uno degli aiuti più concreti che si proverà ad offrire a questi giovani» – ai Comuni, per l’assistenza e l’accoglienza di chi, fra poco, non sarà più in grado di mantenersi da solo in Italia, ma anche dei privati «che vorranno mettersi a disposizione».

 

Fonte: Repubblica

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