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IL 4 agosto di un anno fa, poco dopo le cinque di pomeriggio, i pompieri di Beirut vennero chiamati al porto. C’era un incendio pericoloso in uno degli hangar, non era ancora nulla di notevole, ma bisognava intervenire subito. I pompieri accorsero, chiamarono rinforzi, furono sorpresi da una prima esplosione. Che pochi secondi più tardi innescò la fine del Libano. Alle 18,08 la seconda esplosione nell’Hangar 3 del porto infiammò 2700 tonnellate di nitrato di ammonio che da dieci anni erano conservate nel deposito, frutto del sequestro di una nave che, ferma da anni in porto per il fallimento dell’armatore, stava per affondare ed era stata scaricata anni prima.

Libano, il fallimento di una nazione

783393 thumb rep dispacci libano nigro2307 - Addio Beirut, un anno fa l'esplosione nel porto che innescò la fine del Libano

La catastrofe del 4 agosto adesso ha un bilancio chiaro: 214 morti, 6500 feriti, decine di migliaia di sfollati. Ma dopo un anno l’inchiesta per capire chi sia stato responsabile di quel cataclisma di fatto è ferma. È impantanato il processo per la formazione di un nuovo governo, una trattativa ostaggio degli egoismi e dei veti di ogni uomo politico, di tutte le fazioni confessionali. Due conferme del fallimento totale della classe politica e del sistema che da 30 anni governano il Libano.

Oggi a Beirut ci saranno cerimonie per ricordare le vittime di quel disastro. I politici saranno molto cauti, non si presenteranno a buona parte degli incontri: hanno paura di essere aggrediti dai familiari delle vittime, che chiedono giustizia a chi ha fatto le sue fortune sull’ingiustizia con cui è stato costruito il sistema libanese. 

La mancanza di carburante e di medicine si somma a un altro dato drammatico: il 50% del paese è sotto la soglia di povertà. 

I tre silos di Beirut sono ancora lì, devastati e inutilizzabili. Una ditta francese si è incaricata, con una sovvenzione del governo di Parigi, di recuperare e smaltire le tonnellate di cereali che sono rimaste per un anno al sole di Beirut, impastate con i calcinacci e i resti di cemento armato dei silos. Un ingegnere tedesco Emmanuel Durand, specialista in silos, li ha paragonati ai soldati sul fronte: “In prima linea sono tutti morti, in seconda sono stati sbattuti, in terza trattenuti”.

Costruiti nel 1970 grazie ai finanziamenti di un fondo kuwaitiano e al lavoro della società ceca Prumstav, i tre silos di Beirut erano i più grandi del Medio Oriente: 25.000 metri cubi di calcestruzzo, una capacità di stoccaggio di 105.000 tonnellate di grano (aumentata nel 1997 a 120.000 tonnellate), dotazioni per lo scarico di ogni tipo di trasporto, una sala macchine a occhio di falco a 60 metri dal suolo.

Human Rights Watch in un suo rapporto pubblicato martedì ha accusato le autorità libanesi di «negligenza criminale». Ha chiesto l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente, sostenuta dall’Onu. In un rapporto di 126 pagine Hrw analizza la gestione folle di quelle tonnellate di materiale chimico arrivate a Beirut nel 2013, dettaglia tutto quello che avrebbe dovuto essere essere fatto e non è stato fatto.

Il 10 dicembre dell’anno scorso Fadi Sawan, il primo giudice a indagare sul disastro, ha accusato di ‘negligenza” tre ex ministri e il premier uscente Hassan Diab. A febbraio Sawan è stato rimosso e sostituito da Tarek Bitar, che da allora ha chiesto la rimozione dell’immunità parlamentare di tre funzionari. Per esempio lo sciita Abbas Ibrahim, uno di loro, è un capo dei servizi di sicurezza nazionali, in questi giorni viene difeso a spada tratta dalla sua comunità. Sono comparsi nelle strade di Beirut enormi poster con la sua foto, un uomo intoccabile come tutti quelli che cristiani, sciiti e sunniti mettono sui manifesti che appendono ai muri di Beirut per far capire che quelli, i loro capi, sono appunto intoccabili. 

Il rapporto di Human Rights Watch si intitola “Ci hanno ucciso dall’interno”: “Le azioni e le omissioni delle autorità libanesi hanno dato vita a un irragionevole rischio per la vita, l’incapacità di uno Stato di agire per prevenire rischi prevedibili per la vita è una violazione di quello stesso diritto”.

Non accadrà nulla: il Libano è in una situazione di paralisi totale perché il banco è saltato dal 2019. La Banca centrale del Libano aveva inventato uno schema finanziario, uno “schema Ponzi”, con cui si faceva prestare a tassi sempre più alti miliardi di dollari per soddisfare le richieste dei partiti libanesi. Quei soldi non potevano essere restituiti, e nell’autunno del 2019 il Libano è saltato finanziariamente.

Oggi il presidente Macron ha convocato una conferenza d’emergenza. La Francia cerca 350 milioni di euro di aiuti urgenti per la popolazione, per gli ospedali, per beni di prima necessità (alimenti e medicine) per la popolazione libanese. Ma per ora nessuno presta più soldi al Libano. Perché dopo quella clamorosa esplosione del 4 agosto 2019, nessuno crede più a nessuno dei capi del Libano. 

Fonte: Repubblica

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