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ROMA – Non ci saranno nomi. Non ci saranno foto, solo parole perché ora in Afghanistan, è il tempo della paura. “Siamo nascoste in cantina. Siamo sole. Vi prego portateci via”, è la voce in lacrime di una ragazza di 24 anni che ha studiato, lavora per un’Ong internazionale. E ormai da tre giorni se ne sta chiusa a casa con la sorella nella speranza che i talebani non le trovino. La loro colpa? Essere donne, aver studiato e lavorare.

Gli stessi talebani che sciorinano comunicati e tweet, si fanno foto di gruppo nel palazzo presidenziale, che dicono all’Occidente quello che vuole per non sentirsi troppo in colpa di aver abbandonato un popolo. Talebani che spente le telecamere, fanno quello che hanno sempre avuto in mente: tornare ad un medioevo 2.0 dove possano usare internet, farsi selfie e dettare le regole della nuova vita degli afghani e allo stesso tempo spaventare, molestare, perseguitare le donne, gli attivisti, i giornalisti, i collaboratori delle organizzazioni straniere. Le menti pensanti devono morire, lo raccontano i 12 giornalisti uccisi in meno di un anno di cui cinque donne. Lo raccontano le attiviste, politiche che vivono sotto scorta alcune delle quali sopravvissute a ripetuti attentati. Non è un paese per donne l’Afghanistan, eppure sono loro l’anima costruttiva, forte e corretta di un paese allo sbando.

“Bisogna organizzare corridoi umanitari, bisogna salvare donne, famiglie, lo staff che lavora con noi. Abbiamo chiesto di rimpatriare 280 persone e ancora non sappiamo niente. Per contrastare i talebani bisogna creare un’alternativa e questa è rappresentata dalle donne. Non è tenendo le donne nell’ignoranza, nella servitù totale che questo paese cambierà, bisogna salvarle per creare una nuova generazione di donne forti. Se servirà lo faremo da lontano. Spero di non vedere le stesse scene di allora, donne violentate, lapidate, i matrimoni precoci, e pensare che possano farlo allo staff con cui lavori da 20 anni, è mortale”, spiega Simona Lanzoni, vicepresidente della fondazione Pangea che ammette che questi ultimi giorni sono stati devastanti. “Perché questo posto ti entra nelle viscere, queste persone ti restano dentro”.
“Stanno girando per le strade, chiedono alle donne come si chiamano e che lavoro fanno. Ci uccideranno tutte. E se non lo faranno ci ributteranno sotto i burqa che è un po’ come morire lentamente”, dice una giornalista afghana, 26 anni, scampata ad una visita notturna dei talebani scappando di casa.

Nove Onlus, che si occupa di progetti di emancipazione delle donne, ha distrutto pile di documenti per non far trovare i nomi delle ragazze. Dai cellulari dello staff femminile viene tolto tutto, dalle foto ai contatti. “Non dimentichiamoci anche di chi non può lasciare l’Afghanistan, bisogna continuare a restare. Oggi sono entrati al Women Garden (un’oasi verde a Kabul dove le donne si incontrano). Sono entrati nelle case delle nostre collaboratrici”, afferma Arianna Briganti, vicepresidente di Nove.

Infinite le richieste di aiuto, come quella di Hamed Ahmadi, ristoratore a Venezia e rifugiato politico, disperato per la sorella attivista in attesa di salire su uno degli aerei della speranza, ma bloccata nella parte civile dell’aeroporto presidiato dai talebani. Su una cosa sono tutti d’accordo: le istituzioni italiane devono comunicare di più. Perché le donne non hanno soldi né altri modi per fuggire. Un visto per il Tagikistan costa 600 dollari, impensabile in un paese dove lo stipendio medio è di 100 al mese. I trafficanti di essere umani chiedono sui 6000 dollari. “Semplicemente – conclude Briganti – non possiamo lasciarle sole”.

Fonte: Repubblica

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