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205034429 8ae3e2c8 2e27 4307 8dca 7dc529bc349b - Afghanistan, così l'ingerenza del Pakistan rischia di spaccare il governo

La formazione del governo provvisorio il 5 settembre non ha risolto le diatribe interne ai talebani e ha invece aggravato le tensioni tra i talebani del Sud e i servizi pachistani, nonché tra i talebani in generale. Sullo sfondo c’è lo Stato afghano sull’orlo della bancarotta e incapace di fungere da collante tra fazioni e gruppi, grazie al suo ruolo centrale di distributore di finanziamenti. Senza soldi dall’estero, è improbabile che qualsiasi governo afghano possa reggersi in piedi. Sono i soldi convogliati dal vertice che anche in passato hanno fornito l’unico incentivo a tenere insieme il coacervo di gruppi e fazioni. E i talebani al momento non ricevono proprio nulla in termini di finanziamenti esteri.

Circola in questi giorni sui social media una registrazione audio di una telefonata tra due talebani. Uno di loro inveisce contro i “Panjabi” e l'”ospite”, ossia i servizi pachistani e il loro capo Hameed, recentemente in visita a Kabul, che si immischiano nei loro affari per manipolarli a loro vantaggio, usando una fazione contro l’altra. Nella registrazione si citano due episodi di violenza all’interno del palazzo presidenziale: nel primo si sarebbe anche sparato ed almeno un taleb sarebbe morto, mentre il secondo violento alterco sarebbe avvenuto in presenza di Hameed. La violenza sarebbe il risultato delle tensioni tra gli Haqqani e gli altri. I pachistani hanno scelto di favorire i primi con almeno due fini separati.

Il primo è ottenere la loro collaborazione nel “gestire” i talebani pachistani (Ttp), che sono basati all’interno della loro area di controllo nel Sudest. Il Ttp sta intensificando la sua guerriglia nelle zone tribali del Pakistan e ha anche colpito obiettivi cinesi di recente. Sicuramente, i servizi pakistani sono sotto pressione cinese per fare qualcosa a questo riguardo. Spingendo per rendere artificialmente sovrarappresentati gli Haqqani nel governo afghano, i servizi pachistani li rendono nuovamente dipendenti dal loro appoggio. Gli Haqqani dovranno sdebitarsi aiutando a risolvere il problema del Ttp.

Il secondo è che il Pakistan non ha troppo interesse a che il governo dei talebani riesca a stabilire un rapporto costruttivo con l’Occidente. Ormai, viste come sono andate le cose, il tentativo pachistano di riabilitarsi a Washington con una soluzione “presentabile” del pasticcio afghano è fallito. Biden ha incassato il danno tremendo d’immagine e biasima almeno in parte il Pakistan. A Washington il Pakistan è meno popolare di prima dell’inizio dei colloqui tra Usa e talebani. Meglio allora per Islamabad concentrarsi sul massimizzare la propria influenza e quella del suo alleato cinese a Kabul. Incorporando gli Haqqani nel governo, come pure molti altri talebani incluse nelle liste nere, la possibilità di un rapporto costruttivo tra Kabul e Occidente è morta e sepolta. Sull’orlo della bancarotta, l’unica opzione che resta ai talebani è svendere il Paese alla Cina.

Il piano del Pakistan in realtà è rischioso anche per i suoi stessi interessi. A forza di spremere e mettere sotto pressione la leadership dei talebani, Islamabad la sta delegittimando sia verso altri alleati esterni come Iran e Russia, che verso la massa dei talebani stessi. I talebani del Sud, ormai in rotta con i pachistani, non hanno accettato la loro “mediazione” di buon grado. Fonti talebane sono unanimi nel riportare la rabbia per il loro intervento. Che la registrazione audio riportata sopra sia genuina o no ha poca importanza, il fatto è che i talebani ci credono. Sempre di più si diffonde l’idea che i servizi pachistani abbiano incoraggiato Serajuddin Haqqani a presentare le sue assurde pretese di rappresentanza a livello centrale (metà delle posizioni ministeriali!) al fine di creare le condizioni per una loro “salvifica” mediazione.

Quel che è peggio per i capi politici talebani è che la rabbia e l’insoddisfazione tra i ranghi potrebbero rivolgersi contro di loro, visto che contro i pachistani c’è poco da fare. Diceva due giorni fa un comandante agli ordini di Abdul Qayum Zakir (uno dei vice della Commissione militare, nonché uno degli architetti della vittoria) che il suo capo è furioso per la sua esclusione dal governo, visto che si aspettava di diventare ministro. È furioso pure Ibrahim Sadar, l’altro capo militare di massimo prestigio nel Sud: anche lui si aspettava una nomina. Sia a Zakir che a Sadar è stato offerto di assumere il comando di corpi d’armata nell’esercito che i talebani si apprestano a creare, ma ambedue hanno rifiutato. Sadar, il più vicino alle Guardie della Rivoluzione iraniane, minaccia anche di separarsi con i suoi uomini, lasciando intendere che gli iraniani potrebbero appoggiarlo.

Il nuovo regime dei talebani è dunque già a rischio di disintegrazione? Per ora queste sono solo minacce. Non è insolito tra i talebani avere discussioni animate, dividersi per poi riunificarsi. Colpisce però il basso profilo tenuto nel corso delle ultime settimane dal “leader dei credenti”, Haibatullah, mentre tutto sembra sul punto di andare a pezzi. Le voci sulla sua morte hanno ripreso a circolare tra i militanti; prima della caduta di Kabul Haibatullah non partecipava alle riunioni al vertice da mesi. C’è chi dice che non era nemmeno alla riunione di Kandahar a fine agosto, ma su quella vige il più stretto riserbo. Di certo i talebani avrebbero bisogno di un leader attivo e rispettato, per dirimere la selva sempre più intricata di problemi che li affligge e rischia di trascinare l’Afghanistan verso un caos sempre più profondo.

Antonio Giustozzi è senior research fellow al Rusi di Londra e affiliato al King’s College

Fonte: Repubblica

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