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La valle del Panshir é ormai sotto il completo controllo dei talebani, anche se una guerriglia continua in alcune zone montagnose della provincia. Il mito della valle, costruito negli anni ’80 grazie alla regia saggia e telegenica di Ahmad Shah Massud, è distrutto, anche se molti continuano a sperare in una risurrezione. Il quesito è ora se la battaglia del Panshir va vista come l’ultima della guerra tra talebani e Repubblica islamica, o la prima della nuova guerra civile.

Uno dei combattenti di Ahmad Massud, appena rientrato a Kabul dopo essersi liberato del proprio fucile ed essere riuscito a passare le montagne senza venir intercettato, descriveva ieri la valle come sotto il completo controllo dei talebani. Le pretese dell’opposizione, che i distretti di Rokha e Abshar siano ancora controllati della resistenza, non hanno fondamento. L’intera valle è caduta. Quello che rimane invece, in questi due distretti, sono attività di guerriglia sulle montagne.

L’ex combattente, chiamiamolo M, smentisce l’intervento di aerei o elicotteri pachistani; c’erano esplosioni notturne, ma nessun rumore di aerei o elicotteri. Potrebbero essere stati droni, ma essendo tutto avvenuto di notte non ne è sicuro. Indubbiamente ci sono molti pachistani nella valle e lui stesso, una volta mischiatosi con gli abitanti dei villaggi dopo aver abbandonato la lotta, ha sentito parlare urdu. Se fossero i volontari del gruppo jihadista pachistano Lashkar-e Taiba, accorsi in gran numero a sostegno dei talebani, o forze speciali dell’esercito pachistano, come sostengono i propagandisti della resistenza, non sa dire.

I talebani hanno ora inviato nella valle dei dignitari, che incontrano gli anziani dei villaggi, rassicurandoli che non ci sarà rappresaglia e che potranno proseguire nella loro routine quotidiana senza impedimenti. Tuttavia, i pachistani e le unità d’élite dei talebani cercano i combattenti della resistenza casa per casa, arrestando sospetti. C’è una certa logica in questo modus operandi: comunicare alla popolazione che chi rispetta le regole è al sicuro, chi vuole salvarsi deve arrendersi a consegnare le armi. Dopodiché la vita dei villaggi può tornare alla normalità della pax talebana, che non cambia molto rispetto alla situazione precedente, al contrario delle città.

Non c’erano donne che andavano in giro da sole o senza coprirsi interamente nel Panshir del 2020, tanto per intenderci. Nondimeno, l’impressione che questo approccio lascia su molti panshiri è che i talebani facciano il doppio gioco. Sebbene il grosso dei volontari della resistenza in Panshir fossero affluiti da Kabul, sono pur sempre dei panshiri che hanno famiglie nei villaggi. Ogni volta che un sospetto viene portato via, gli anziani si trovano di fronte a un dilemma: calmare la popolazione per evitare il peggio, o schierarsi con le famiglie dei detenuti?

È difficile dire cosa avessero veramente in mente Ahmad Massud, Bismillah Mohammadi e Amrullah Saleh, i tre leader della resistenza in Panshir. Pensavano davvero di poter resistere per mesi ed anni contro i talebani, come negli anni ’80 contro i sovietici? E col loro esempio di incoraggiare altre comunità del Nordest ed oltre a seguire il loro esempio, una sorta di Staligrado afghana? Oppure sapevano di non poter resistere, e puntavano sul ‘martirio’ del Panshir come modello da seguire per una futura resistenza su più larga scala?

Le limitate informazioni disponibili suggeriscono che i leader speravano certamente di resistere più a lungo e di vendere cara la pelle. Pensavano che lo sforzo principale dei talebani sarebbe venuto lungo la strada che entra nella valle a Gulbahar, come fecero le truppe sovietiche negli anni ’80. Contavano sulla solidarietà totale della popolazione e sulla impenetrabilità della valle dalle montagne che la circondano.

Le cose hanno cominciato ad andare storto molto rapidamente. Mentre i talebani facevano pressione sul fronte di Gulbahar, altri talebani si infiltravano attraverso le montagne con l’aiuto di panshiri dissidenti, che hanno mostrato loro i sentieri da seguire per raggiungere la valle. Tra questi ultimi, racconta M, figura Hamid Khorasani, un piccolo gangster che andava abbastanza forte a Kabul finché l’allora vice presidente Saleh lanció la sua campagna contro il crimine organizzato.

Il general Jurat, un tempo vice ministro dell’Interno, è uno dei collaboratori dei talebani di più alto profilo. Negli ultimi tempi era noto per la sua vicinanza al governo pachistano con la cui ambasciata a Kabul aveva un contratto per l’emissione di visti. Fonti della resistenza menzionano diversi altri ‘generali’ e ‘comandanti’, che per ripicche varie contro Saleh ed altri leader si sono schierati con i talebani. Si presume che questi personaggi diventeranno gli amministratori del Panshir per conto dei talebani.

Visto il precipitare della situazione, raccontava il portavoce della resistenza Fahim Dashti prima della sua morte il 5 settembre, i leader del Panshir hanno tentato il colpo grosso, ovvero lasciare entrare la colonna dei talebani da Gulbahar, per poi far saltare la montagna e bloccarla sulla strada. Come negli anni ’80, speravano di infliggere perdite tali ai talebani, da forzare il loro ritiro. Ma al contrario dei soldati sovietici, i talebani non sono rimasti a difendere i loro veicoli, e si sono dispersi nella valle, contribuendo rapidamente al collasso della resistenza.

Come andrà la guerra di guerriglia di Massud e Saleh in Panshir rimane da vedere. Chiaramente, da soli sembrano avere poche speranze. Cercavano di attrarre un sostegno esterno, che l’India ha offerto, ma probabilmente ora non sa come far arrivare. Cercavano anche di mobilitare altre ‘resistenze’ nelle regioni vicine, ma non è per niente chiaro se l’esempio del ‘martirio’ del Panshir sia ciò che altri potenziali resistenti aspettavano.

Fonte: Repubblica

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