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KABUL – Una massa indistinta che si muove caotica intorno all’aeroporto, le auto bloccano le strade, non ci sono più i soldati dell’esercito nazionale. I talebani sono in città, è saltata la linea di comando. Ognuno, come può, tenta di mettersi in salvo. I ministeri si svuotano, così come gli uffici di polizia. I cittadini di Kabul che fino a poche ora prima, con i talebani a Wardak, ultima porta della capitale, ascoltavano con apprensione le notizie per capire quando si sarebbero avvicinati, si sono svegliati con i talebani davanti alla porta di casa. Pronti a dichiarare vittoria.

È in quel momento che la libertà di andare via, a Kabul, ha preso due forme. La prima quella delle evacuazioni delle sedi diplomatiche, dei ponti aerei e dei mezzi militari pronti all’aeroporto Hamid Karzai per portare via i diplomatici, staff consolare e civili stranieri, e la seconda quella degli afghani, intrappolati, all’assalto dell’unica via d’uscita rimasta nel paese. Migliaia di uomini e donne, bambini aggrappati ai cancelli, gridavano disperati, una reazione collettiva, incontrollata, mentre i talebani si stavano insediando a Kabul quasi senza incontrare resistenza. La paura degli afghani era diventata rabbia. Assalti ai convogli blindati, lanci di pietre, e urla: “Vergognatevi”. E urla più forti: “Dovete portarci via”.

È in questo clima che l’ambasciata italiana è stata evacuata, il 15 agosto. Troppo pericoloso per il convoglio blindato il tragitto via terra, si decide per il ponte aereo dalla sede diplomatica all’aeroporto. Dalle ricetrasmittenti una voce dice: “Si sta mettendo male”. Si stava mettendo male su tutti i fronti. I talebani erano ormai nelle strade, gli afghani sapevano che l’aeroporto era rimasta l’unica via d’uscita dal paese. Tutti avevano capito che quella che si stava consumando non fosse un’entrata pacifica e senza spargimento di sangue come dichiarato dal portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, un’entrata verso la formazione di un governo di transizione.

Kabul assisteva a una resa. I talebani non hanno dovuto conquistare la città, come a Kandahar, Kunduz, Lashkharga. Kabul gli è stata consegnata. Dall’inefficienza del governo di Ashraf Ghani, che avrebbe potuto trattare tre mesi fa, quando era già evidente che i talebani stavano avanzando senza sosta, Ghani il presidente da cui pochi, in Afghanistan si sentono rappresentati, che poteva mediare e non l’ha fatto. Kabul è stata consegnata dalle forze armate, prive di indirizzo, leadership, corrotte e demotivate mentre i ministeri e gli uffici di polizia si svuotavano in fretta. Dai soldati che scappavano, in fuga con aerei ed elicotteri verso l’Uzbekistan, prima di essere cacciati. O peggio uccisi. Kabul è stata consegnata ai talebani mentre i cittadini afgani gridavano: “Ci avete tradito”, nascondendosi dai rastrellameti casa per casa.

Una cosa però ieri è stata rispettata: gli accordi di Doha, in cui i talebani hanno ottenuto il ritiro delle truppe impegnandosi a garantire la loro uscita in sicurezza dal paese. E così è stato, i diplomatici e i civili occidentali sono stati evacuati, è stato garantito loro un passaggio sicuro verso la parte militare dell’aeroporto Karzai, con seimila soldati americani a difenderla. Oggi arriveranno anche i solati francesi, con due aerei per garantire il rimpatrio di chi ha lavorato con loro. “Abbiamo combattuto per una giusta causa, non abbandoneremo nessuno”, dice Macron.

A Doha i talebani si erano detti pronti a un dialogo diplomatico con i politici afgani. Impegno di cui non hanno avuto bisogno. Quando gli americani, con l’amministrazione Biden, hanno confermato il ritiro e l’hanno confermato senza condizioni del dialogo intra afgano non c’era piu’ bisogno. È stata proprio l’assenza di condizioni a rafforzare i talebani, e dare loro lo slancio per vincere la partita militare. Kabul è stato il capitolo finale, non conquistata ma consegnata ai talebani, nel giorno della grande evacuazione dei diplomatici e del presidente Asfrah Ghani scappato via. Anche a lui e ai suoi collaboratori è stato garantito un passaggio sicuro verso l’aeroporto, un’evacuazione, una fuga. Salito sulla scala del veicolo senza dire una parola al paese, senza congedarsi, né scusarsi con i cittadini che solo pochi giorni prima aveva invitato a resistere.
Le sirene hanno lanciato l’allarme sicurezza all’interno dell’aeroporto per tre volte. I soldati hanno imbracciato le armi, i civili da evacuare restavano chiusi all’interno, accucciati a terra mentre la città, fuori, si infuocava di rabbia. Più persone a premere sui cancelli per entrare, più gli spari a rompere l’aria.

Ma è troppa la paura, e migliaia di afghani scavalcano le transenne di sicurezza, occupano gli aerei. Kabul è divisa in due: gli aerei militari pronti per le ultime evacuazioni della notte pronti sulla pista, gli aerei civili fermi. Si ripete l’appello per le liste dei voli militari. Gli italiani ci sono tutti. Mancano gli afghani che non riescono ad arrivare, non riescono ad attraversare i cancelli. Troppa la folla, troppe le urla, il pericolo, i colpi sparati in aria dalle truppe americane a difesa dello scalo, per disperdere la ressa.
“Bisogna andare a prenderli”, “Non partiamo senza di loro”.

Frasi carpite, strappate all’impegno dell’ambasciata per portare in Italia i collaboratori afghani con le loro famiglie. Per tutti visto pronto da tempo, e ormai svanita la speranza di non avere bisogno di usarlo per scappare. I funzionari diplomatici si spendono fino a notte fonda, anche oltre le norme di sicurezza per andare a prendere i cittadini afgani nella parte civile dell’aeroporto.

Il convoglio si muove tre volte, per due sotto il tiro dei proiettili. E torna, tre volte, con le famiglie afghane. I collaboratori, due ragazzi, tre bambini. Frasi strappate agli abbracci che si consumano nella notte: “Per uno che riusciamo a portarne via troppi resteranno qui”.

Ieri i cittadini di Kabul, e quelli arrivati da lontano, hanno provato di nuovo a occupare la pista, correndo dietro gli aerei, e aggrappandosi mentre decollavano, corpi caduti nel vuoto come l’undici settembre. È la storia che si ripete nella sua forma piu’ tragica. Andrà avanti così tutto il giorno. Gli ospedali ricevono i corpi dei cittadini uccisi dai colpi che hanno provato a impedire la loro fuga. Gli afghani sanno che si scappa solo da lì, dall’aeroporto Karzai, e che partito l’ultimo diplomatico il rischio è che nessuno più entri ed esca dal paese.

Sono da poco passate le tre del pomeriggio, è appena atterrato al terminal 5 dell’aeroporto di Roma Fiumicino il volo militare che ha riportato a casa l’ambasciatore italiano a Kabul Vittorio Sandelli, parte della delegazione diplomatica, i civili della cooperazione internazionale e delle organizzazioni umanitarie e sedici afghani con le loro famiglie: collaboratori contrattisti della sede diplomatica italiana a Kabul. “Avremmo voluto fare molto di più”.
Sono le parole dei diplomatici arrivati a Roma, che tengono insieme la forza e la stanchezza degli ultimi giorni. La concitazione dell’evacuazione, lo sforzo per salvare più persone possibile il più in fretta possibile, la frustrazione di non averlo potuto fare.

Fonte: Repubblica

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