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Il 21 agosto scorso, la maggioranza degli afghani ha visto per la prima volta in viso Zabihullah Mujahid, l’uomo che nelle ultime settimane abbiamo imparato a riconoscere come il portavoce dei talebani con i suoi 390mila followers su Twitter e i toni concilianti ad uso della comunità internazionale: “Non vogliamo nemici interni o esterni”, si presentò.

Mujahid sedeva sulla poltrona che fino a poche settimane prima era stata occupata da Dawa Khan Menapal, il direttore del ministero ucciso all’inizio di agosto proprio da miliziani talebani. “Un’operazione speciale”, rivendicò il portavoce.

Come molti leader talebani, per anni Mujahid ha operato nell’ombra, era solo una voce in audio registrati, eppure almeno al 2008 è stato uno degli uomini chiave della comunicazione e della propaganda talebana, che hanno contribuito ad accrescere l’influenza e il consenso dell’organizzazione fondamentalista islamista accompagnandone la scalata al potere.

Negli anni del primo Emirato islamico, dal 1996 al 2001, i talebani avevano censurato tutti mezzi di comunicazione, dalla tv al cinema ai fumetti fino al nascente internet. Rimossi dal potere grazie all’intervento americano si sono in gran parte rifugiati nelle montagne afghane oppure oltreconfine, nel Pakistan occidentale, e si sono riorganizzati affiancando alle operazioni militari contro le truppe Nato una offensiva mediatica per conquistare legittimità nella popolazione e screditare i governi filo occidentali. Il rapporto con i media è cambiato e oggi i social sono uno dei principali strumenti di propaganda per gli studenti coranici.

Nei primi anni duemila, le campagne di influenza talebane passavano soprattutto attraverso delle audiocassette fatte circolare tra la popolazione delle zone rurali o attraverso le shabnamah, le “lettere notturne”, consegnate di notte in cui si esaltavano le imprese talebane e si minacciava chiunque non si fosse allineato al potere dei signori locali.

Il primo sito web ufficiale dei miliziani, Al Emarah, “l’Emirato”, andò online nel 2005, pubblicava contenuti in cinque lingue – inglese, arabo, pashtu, dari e urdu – che riguardavano soprattutto gli attacchi e le vittorie contro le truppe Nato e americane.

Ma è tra il 2008 e il 2009 che la propaganda talebana ha fatto un salto di qualità sfruttando la diffusione di internet e dei social media, scrive l’analista Emerson Brooking in uno studio dedicato al tema e pubblicato dall’Atlantic Council. Nel 2008, i talebani centralizzarono la comunicazione creando un piccolo gruppo che gestiva informazioni e propaganda e di cui faceva già parte Mujahid.

Nel 2009 “cercando di allargare l’impatto dei loro video di propaganda, i talebani si sono uniti a YouTube e hanno anche aggiunto il pulsante “condividi” di Facebook al loro sito web. Nel 2011, pubblicavano regolarmente aggiornamenti su Facebook e Twitter”.

Gli anni dell’ascesa dell’Isis, il gruppo fondamentalista islamico nato da una costola di al Qaeda in Iraq, i talebani hanno osservato e imparato. L’Isis aveva messo in piedi una sofisticata macchina di propaganda, sfruttando anche le competenze video e digitali di numerosi Foreign fighters che si erano uniti all’organizzazione terrorista, e uno dei canali principali di comunicazione del gruppo era Telegram.

Nel 2015 anche i talebani hanno aperto il loro primo canale sulla piattaforma di comunicazioni criptate e sulla gemella Whatsapp, insieme ai profili su Facebook, Twitter, Youtube.

Mentre la comunicazione talebana affinava le proprie armi con nuovi strumenti, cambiava anche l’Afghanistan. Nel 2019, secondo gli ultimi dati disponibili diffusi dal ministero della comunicazione, in Afghanistan si contavano 10 milioni di utenti Internet e circa 23 milioni di utenti di telefoni cellulari. Durante i negoziati che hanno portato all’accordo di Doha – nel febbraio 2020 – al ritiro americano con la conseguente presa del potere da parte dei talebani, gli account dei miliziani islamisti sostenuti da una rete di profili che amplificava il loro messaggio hanno intensificato la produzione, in certi casi superando quella degli account istituzionali del governo, come il ministero della Difesa, secondo uno studio del 2020.

Mentre portavano avanti una campagna di assassini mirati di giornalisti, attivisti, avvocati e chiunque potesse opporsi al ritorno del loro Emirato, i talebani intensificavano la comunicazione contro il governo corrotto di Ghani e costruivano la propria proiezione istituzionale.

Oltre agli account di volontari che sponsorizzano le idee dell’Emirato, come quello di Muhammad Jalal, che ha 37mila followers e un alto livello di frequenza dei post, dietro Mujahid c’è un gruppo che opera per promuovere l’ideologia dei talebani, ha raccontato Sarah Atiq della Bbc. “Il capo di quel gruppo – di fatto il direttore dei social media dell’Emirato islamico dell’Afganistan – è Qari Saeed Khosty“, scrive la giornalista.

Khosty ha spiegato alla Bbc che il gruppo è diviso in squadre ognuna con il compito di seguire una specifica piattaforma e di far circolare gli hashtag e i temi decisi dalla leadership. Il social media team talebano paga circa “11 dollari al mese in pacchetti di dati ai suoi membri per combattere la loro guerra online”, scrive l’emittente britannica, e ha a disposizione “quattro studi multimediali usati per produrre video, audio e contenuti digitali”.

Fonte: Repubblica

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