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La formazione del governo dei talebani è stata rinviata più volte e l’arrivo a Kabul del capo dei servizi pachistani Faiz Hameed sembra chiaramente volta a mediare tra personalità e gruppi in conflitto tra loro. Le consultazioni sono rese ancora più complicate dal fatto che le potenze regionali che hanno investito sugli studenti coranici hanno aspettative che sarebbe pericoloso per i talebani deludere.

Imbaldanziti dal fatto di aver catturato Kabul il 15 agosto, gli Haqqani stanno presentando richieste esorbitanti per farne parte. Dopo che alla riunione di Kandahar alla fine di agosto Haibatullah Akhundzada aveva deciso di rinunciare a un governo di vera coalizione con i vecchi mujaheddin degli Anni ’80, per lasciare spazio a un compromesso interno con le diverse fazioni e lobby dei talebani.

L’intento sembrava essere di offrire a Serajuddin Haqqani una prestigiosa posizione a capo di uno dei ministeri più importanti, calmando in tal modo la sua ansia di venire emarginato per favorire la legittimazione internazionale dei talebani. Il prezzo da pagare sarebbe stato un rinvio forse sine die del riconoscimento da parte degli americani e degli europei.

Ma anche la decisione presa a Kandahar non ha soddisfatto Serajuddin, che sembra pensare che l’unica garanzia di rimanere ai vertici dei talebani sia prendere la situazione sotto il suo diretto controllo. Abituato a dominare in modo assoluto la propria branca, il network degli Haqqani, Serajuddin non vuole servire come ministro sotto un altro capo di alto profilo dei talebani. Molti studenti coraici di alto livello credono in effetto che Serajuddin non avrà pace finché non avrà scalato il vertice, vale a dire la posizione di Leader dei Credenti.

Il pachistano Hameed pertanto sta mediando su un altro nome che potrebbe essere accettabile sia ai talebani del Sud (che non vogliono Serajuddin, ma nemmeno uno degli Haqqani) sia a Serajuddin. Il risultato potrebbe essere una figura di secondo piano, che non avrebbe la forza di imporsi, lasciando a Serajuddin molto margine di manovra. Ma, dicono fonti peraltro non ostili agli Haqqani a Kabul, Serajuddin insiste che in questo caso gli Haqqani abbiano metà dei portafogli ministeriali, le tre province chiave di Balkh, Herat e Nangarhar oltre a quelle che controlla già (i suoi feudi di Logar, Paktia, Paktika e Khost, più la città di Kabul). Ai talebani del Sud rimarrebbe solo Kandahar tra le città principali.

Come se non bastasse, Serajuddin vuole anche avere la sua nuova forza speciale appena creata, Badri 313, che si dice abbia 5mila uomini, separata dalle forze armate dei talebani e sotto il suo diretto controllo. Queste imposizioni causano costernazione tra i leader del Sud, specie Abdul Ghani Baradar e il figlio del Mullah Omar, Mohammad Yaqub, che sottolineano come ci sia da rappresentare anche l’Est e il Nord all’interno del governo e come si debbano includere anche almeno alcuni elementi esterni.

A questo proposito, il pachistano Hameed sembra aver incontrato anche l’ex presidente Karzai e l’ex responsabile per la riconciliazione nazionale Abdullah che negoziano per conto della vecchia élite politica. Dall’Iran arrivano grosse pressioni per un governo di coalizione con un discorso pubblico del presidente Raisi e con il ministero degli Esteri che ha condannato l’attacco dei talebani al Panjshir e l'”interferenza straniera” in Afghanistan, che potrebbe essere un velato riferimento a notizie non confermate da fonti indipendenti di droni pachistani e addirittura elicotteri attivi in sostegno ai talebani nella Valle. In altre parole, gli iraniani vorrebbero vedere i loro vecchi alleati della Jamaat-e – Islami (che è anche il partito di Massud in Panshir) inclusi nel governo di coalizione.

Concludono laconicamente le fonti a Kabul che un accordo sembra ancora lontano e che i negoziati per la formazione del nuovo governo potrebbero durare ancora alcune settimane. Chiaramente tutti i partner internazionali dei talebani sono preoccupati e non si aspettavano un parto così difficile. Il rapporto difficile tra il Sud e Haqqani non è cosa nuova, ma l’aggressività di Serajuddin ha raggiunto livelli senza precedenti. Da notare anche che Serajuddin sembra aver lasciato cadere qualsiasi ruolo di rappresentante dei talebani dell’Est nel loro insieme, concentrandosi invece nell’ottenere il massimo risultato per il suo network.

Sembra difficile che un governo stabile e unito possa emergere in questo contesto. Di per sé questo risultato non sarebbe probabilmente inviso ai pachistani che diventerebbero i garanti della sopravvivenza del governo grazie al loro ruolo insostituibile di mediatori. Chi altri potrebbe mai influenzare gli Haqqani? Non sorprende pertanto che tra i talebani del Sud ci siano quelli che vedono l’intervento di Hameed in termini negativi e cominciano a criticare apertamente sui social media l'”interferenza pakistana”.

D’altra parte, una forte rappresentanza degli Haqqani permetterebbe a Serajuddin di spingere politiche che gli stanno a cuore o di porre veti a quelle che osteggia. La sua vicinanza alle cerchie della jihad globale preoccupa non poco cinesi e russi, per non parlare dei centroasiatici. La sua ostilità allo sciismo preoccupa d’altra parte gli iraniani. Rimane da vedere se Serajuddin autorizzerebbe una decisiva “campagna finale” contro lo Stato Islamico in Khorasan, per legittimarsi agli occhi delle potenze regionali. Probabilmente, solo se ottenesse veramente quello che vuole, vale a dire la posizione di capo dell’esecutivo.

In caso contrario, Serajuddin avrebbe interesse a lasciare la questione Isis-K aperta, per logorare un esecutivo in cui non crede veramente, fino al punto in cui potrebbe tornare alla carica per imporre la propria leadership.

Fonte: Repubblica

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