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La guerra lampo dei talebani è arrivata a Herat, fino a poche settimane fa base del contingente italiano: la resistenza dei miliziani dell’anziano signorotto locale Ismail Khan ha rinviato la caduta della città, ma ieri gli “studenti coranici” ne hanno rivendicato la conquista, diffondendo filmati della locale prigione, i cui detenuti sono stati liberati. Secondo testimoni sul posto, i fondamentalisti sono entrati anche nella grande Moschea, apparentemente con pochi scontri. Secondo fonti d’agenzia non confermate, Khan era rifugiato con un gruppo di fedelissimi in uno dei palazzi governativi sotto attacco.

La caduta di Herat segnala un nuovo, incredibile crollo delle forze afgane, che sulla carta avrebbero dovuto quanto meno impegnare a lungo gli integralisti. Lo stesso vale per Ghazni, altro capoluogo e centro strategico sulla strada che collega Kabul alle province del Sud, caduto anch’esso ieri in mano ai fondamentalisti. Presa nella notte anche Kandahar, la seconda città dell’Afghanistan. Questo centro ha un valore simbolico particolare per i fondamentalisti, perché qui, al Santuario del Mantello, il mullah Omar si proclamò Emiro dei credenti indossando la cappa che la tradizione vuole sia appartenuta al profeta Maometto.

La dissoluzione delle forze afgane provoca stupore persino negli osservatori più disincantati. L’agenzia americana Associated Press si chiede dove siano andati a finire gli oltre 830 miliardi di dollari spesi dal Dipartimento della Difesa per addestrare e armare le truppe di Kabul. In termini numerici le forze governative avrebbero dovuto persino superare di molto quelle del fronte talebano, tanto più che buona parte delle truppe su cui contava Kabul sono forze speciali, ben addestrate e ben armate.

Ma la realtà operativa è influenzata in modo massiccio dalla corruzione diffusa, che compromette l’efficienza dell’Esercito nazionale. È costume diffuso per molti comandanti dichiarare un numero di soldati superiore al vero, così da intascarne le buste paga. La stampa locale ha segnalato casi di brigate del tutto inesistenti. Anche i rifornimenti arrivano in ritardo o in misura insufficiente, perché lungo le linee della logistica qualcuno se ne impossessa, magari per rivenderli al mercato nero, e armi e munizioni finiscono in mano ai talebani.

Sul terreno, gli “studenti coranici” adottano una tattica abile e sperimentata: promettono salva la vita ai militari governativi, o magari trattano anche solo con i comandanti per convincerli alla resa senza combattere. Questo è successo a Ghazni, il cui governatore è stato arrestato dai governativi. In certi casi, assediano le caserme e ci scavano, minacciando di farle saltare in aria con tutti gli occupanti. Allo stesso tempo, diffondono i video girati durante l’avanzata, che mostrano la sorte riservata a chi non si arrende: torture, accecamento, o esecuzione a freddo. Saranno in tempo, poi, a negare la paternità dei crimini di guerra per ogni eventuale improbabile prosecuzione: nel frattempo l’efficacia delle minacce è tangibile.

Con la caduta della seconda e della terza città per numero di abitanti, a Kabul la preoccupazione è alle stelle. Gli Usa stanno mandando altri 3000 militari, oltre ai 600 già presenti, ufficialmente per facilitare l’evacuazione del personale afgano. In realtà, è difficile immaginare un attacco alla capitale almeno fino a quando la guarnigione resterà, cioè fino all’11 settembre. Il Pentagono sta decidendo di schierare una brigata aerotrasportata in Kuwait.

Il presidente Ashraf Ghani sente ormai addosso il fiato dei talebani. Per il capo dello Stato non c’è più tempo: se non riesce a ideare una strategia adeguata all’emergenza, le speranze di sopravvivenza del suo governo e forse persino del suo clan sono finite. Sta provando a recuperare il sostegno dei vari signori della guerra che nei mesi scorsi si erano allontanati, ma i risultati sono modesti. Ghani sembra avere ottenuto l’impegno di Abdul Rashid Dostum, e lo ha mostrato facendosi accompagnare martedì dal leader uzbeko e dal governatore di Mazar-i-Sharif, Mohammed Atta Noor, in un viaggio rapido nella città, centro chiave del nord Afghanistan. Se Mazar cade, l’intero nord è perso.

Dostum è apparso baldanzoso, ha proclamato che ripulirà le province settentrionali allo stesso modo in cui sono state liberate nel 2001. Ma anche se davvero avesse le forze sufficienti per contrastare l’avanzata dei fondamentalisti, un suo eventuale intervento sarebbe comunque tardivo. In termini politici, il tentativo di Ghani di riconquistare alleati sembra ormai disperato. I “signori della guerra” preferiscono allearsi con i talebani, in vista di una possibile convivenza futura. E il presidente, a sentire le valutazioni del pachistano Imran Khan, è considerato dai fondamentalisti l’ostacolo fondamentale per ogni possibile accordo di pace.

Fonte: Repubblica

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