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BAZARAK – Nello studio che fu di Shah Ahmed Massud, e che fino a sabato scorso per i tagichi era una sorta di sacrario, bivacca adesso una ventina di talebani. Alcuni vi hanno trascorso la notte avvolti in una coperta, altri da qui svolgono operazioni militari. Dalla scrivania sono state tolte la spillatrice e le due palle di vetro con la neve che appartenevano al Leone Panshir e che erano conservate come reliquie. Ora, invece, vi sono poggiati dei walkie-talkie tra i quali sfrigola una radio militare alimentata dalla batteria di una macchina.

«Non è vero che abbiamo volontariamente profanato la sua tomba», ci dice il talebano che ora siede sulla poltrona del “capo”, come i combattenti tagichi chiamavano il loro celebre comandante, ucciso da due kamikaze di Al Qaeda il 9 settembre di vent’anni fa, alla vigilia dell’attacco contro il Pentagono e le Torri Gemelle. «Abbiamo ordinato a Kabul la lastra di cristallo che ne ricopriva il feretro e che alcuni di noi hanno infranto per sbaglio», aggiunge il talebano, ansioso di non far passare gli studenti coranici per iconoclasti della memoria massudiana.

La stessa cosa ci fa intendere il nuovo sindaco talebano di Bazarak, il mullah Shah Malang Akhund, quarant’anni, la barba lunga e rada sulle guance butterate. «Massud era nostro nemico ma ne conserveremo ugualmente la tomba, luogo di pellegrinaggio di molti afghani», spiega.

Gli chiediamo allora quanto è stato difficile conquistare la valle, che mai i talebani erano riusciti a espugnare nei cinque anni in cui furono al potere, tra il 1996 e il 2001. «Nei dieci giorni di assedio, abbiamo cercato di trattare fino all’ultimo con il figlio di Massud. Lui però si è ostinato a resistere e alla fine abbiamo deciso di sfondare le loro difese, che si sono subito disintegrate. La valle del Panshir è stata la più facile delle nostre vittorie».

Numerosi testimoni hanno detto che ad aiutare i talebani sono intervenuti gli elicotteri da combattimento pachistani. «È solo propaganda», giura il mullah, che dice di ignorare dove si nasconde il leader della resistenza. «Probabilmente nella provincia del Badakhstan, al confine del Tagikistan, o magari nelle montagne qui intorno, ma anche se dovesse ricevere aiuti da qualche potenza straniera, Massud non ci spaventa davvero».

Entriamo nella valle, che da Kabul dista circa tre ore di macchina, intorno a mezzogiorno. Il primo check-point è al suo ingresso, stretto tra pareti di roccia su cui crescono ciclopici cespugli di bosso. Sulla sinistra, si snoda in mille piccole anse il fiume Panshir dalle acque turchine, gonfio per lo scioglimento in quota degli ultimi nevai. Proprio qui, facendo esplodere la montagna, il Leone del Panshir era riuscito più volte a chiudere l’accesso agli invasori. Con i sovietici, invece, la strategia del “capo” consisteva nel colpire il primo e l’ultimo blindato, in modo da bloccare sia l’avanzata sia la fuga. Poi, nottetempo, sferrava attacchi ai mezzi intrappolati.

È in questo imbuto minerale che s’è formata ieri un’interminabile fila di auto, di carretti carichi di capre, di camion pieni fino all’inverosimile: l’esodo di migliaia tagichi in fuga verso Kabul, spaventati dall’ingresso in massa dei talebani nel loro santuario, che fino a sei giorni fa era sempre rimasto inviolato.

In senso inverso, sfrecciano invece centinaia di blindati e pick-up per garantire una definitiva e quasi esagerata occupazione del Panshir. «Temiamo violente rappresaglie nei nostri confronti appena si spegneranno i riflettori della stampa internazionale sull’Afghanistan», dice Abdullah, al volante di una vecchissima Peugeot, con dentro una decina di anziani, donne e bambini. «Scappo con tutta la mia famiglia verso la capitale, dove cercheremo di nasconderci tra i tagichi che ci vivono da anni. Ho chiuso il mio ristorante, ho caricato solo le poche cose preziose che avevo e mi sono messo in macchina».

Dopo tante curve a gomito, quando la valle comincia ad aprirsi scoprendo in lontananza mille cime incappucciate dai ghiacciai, il mausoleo spunta come un gigantesco obice, scolpito nella roccia di questi monti. Negli alti pascoli e nel mezzo degli orti terrazzati campeggiano carri armati arrugginiti che ormai fanno parte anch’essi del paesaggio. Ma lungo la strada ombreggiata da gelsi monumentali, incrociamo soltanto villaggi deserti, come se tutti i tagichi fossero già scappati. Al loro posto, tronfi e sorridenti, i conquistatori islamisti.

Alcuni stanno appollaiati come corvi nelle terrazze dei bar sprangati, altri sciamano circospetti nelle ville eleganti e negli edifici governativi della provincia, appena abbandonati dai loro proprietari. Hanno strappato le foto dei martiri tagichi, la cui memoria nella valle è onorata con l’affissione di ritratti giganti lungo la carreggiata principale. Non hanno invece toccato le tante immagini del Leone del Panshir, bello e fotogenico come Che Guevara, e che di volta in volta appare sorridente, accigliato, contemplativo o perplesso.

È notte quando cominciamo la discesa. La fila dei profughi s’è allungata di parecchio e le auto creano adesso un ingorgo dove rimangono incastrati perfino i potenti Humvee dei vincitori. È in questo incastro di macchine che incontriamo l’anziano Ahmed, che combatté dieci anni al fianco del Leone. Dice: «La gente scappa perché i talebani hanno cominciato ad arruolare forzosamente i ragazzi, a disarmare tutti gli uomini e ad arrestare i nostri più valorosi combattenti, quelli che non hanno voluto seguire Massud in montagna per non abbandonare le loro famiglie nelle mani di questi tagliagole».

Accanto alla Ford di Ahmed è ferma da un’ora e mezzo la Toyota di Naser, anche lui ex combattente. Ce l’ha con il figlio del Leone del Panshir perché s’è dato alla macchia. «Suo padre non si sarebbe mai arreso mentre lui s’è dileguato lasciandoci senza un comandante», dice. «Ma se dovesse lanciarci un segnale da dove s’è rintanato, giuro che ricomincio a combattere. Anche con i sassi, se servisse».

Fonte: Repubblica

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