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225520011 7f1df715 6ef8 4c58 800e 441a696b335d - Afghanistan tra Jihad e clero, i nuovi talebani sul modello Iran

I talebani sono visti come i discendenti del movimento del Mullah Omar, ma in realtà molto diversi. Molta acqua è passata sotto i ponti e pochi dei talebani di allora sono ancora vivi. Molti gruppi etnici e tribù che poco avevano avuto a che fare con i talebani in passato, ne sono oggi parte integrante. Il loro leader attuale, Haibatullah Akhund, 60 anni, viene dal sud come il leggendario Mullah Omar, ma non ha un passato di combattente. È molto meglio preparato di Omar dal punto di vista teologico e non è un capo carismatico, piuttosto un mediatore tra le diverse componenti del movimento. Il suo progetto di stato, che sta ancora prendendo forma, si avvicina al modello iraniano, nel tentativo di riconciliare il clericalismo dei talebani con istanze di altra origine.

I talebani sono, in ultima analisi, il prodotto dell’ipertrofia clericale alimentata dagli anni ’80 in poi dai finanziamenti esterni ai gruppi che combattevano contro il regime pro-sovietico e le forze armate sovietiche. I vari gruppi d’opposizione, tutti più o meno di matrice islamica, utilizzavano i mullah come quadri per l’irreggimentazione ideologica della popolazione nelle aree sotto il loro controllo e investivano massicciamente nella formazione di seminari religiosi, per espandere la capacità di preparare i mullah.

Nel corso del tempo si è creata la base sociale per un regime clericale, favorito anche dalla costante diminuzione, dagli anni ’90 in poi, dei finanziamenti esterni a favore del clero. Il movimento dei talebani si è espanso attraendo queste reti clericali, orfane dei loro sponsor originali.
Dopo il 2001 i talebani hanno cominciato anche ad attrarre vari gruppi di miliziani delusi ed emarginati dal nuovo regime, installatosi dopo l’intervento americano. La massa dei miliziani mobilitati per le guerre degli anni ’80 e ’90 rappresenta un’altra “nuova classe” desiderosa di proteggere i propri interessi e in cerca di nuovi referenti politici. Pur avendo combattuto i talebani per molti anni, anche questa “nuova classe” si è andata pian piano avvicinando a loro.

Nel corso della loro quasi ventennale insurrezione, i talebani hanno anche cominciato a condividere spazi con una varietà di gruppi criminali e reti sotterranee, dedite a tutti i tipi di traffici, soprattutto di droga. In questo modo, hanno creato solidi rapporti con questa parte della “società civile” afgana e si sono create una fonte di finanziamenti aggiuntiva. Nel corso degli anni, questi interessi “ombra” sono diventati sempre più influenti all’interno dei talebani.

Tutti oggi si chiedono se e in che modo i talebani siano cambiati ideologicamente, rispetto al rigido regime clericale che fu l’Emirato Islamico del 1996-2001. Dalla loro area di origine nel sud dell’Afghanistan, i talebani hanno incorporato molti membri di vari partiti ispirati alla Fratellanza Musulmana nell’est, nel nord e nell’ovest del paese. L’ideologia di questi gruppi ha alcuni elementi in comune con quella dei talebani, in particolare il principio che il governo debba basarsi sulla legge islamica. Ci sono però anche differenze significative, prima tra le quali il fatto che i Fratelli Musulmani non sono “clericali” e credono invece che debba essere l’intellighenzia islamica (ovvero i quadri dei partiti islamisti) a governare il paese. Sebbene queste componenti relativamente nuove dei talebani abbiano appena cominciato a ricevere rappresentanza al livello superiore dell’organizzazione dei talebani, la cultura politica di cui si fanno portatrici ha inevitabilmente un impatto.

I talebani hanno dovuto cambiare anche per sopravvivere alla pressione militare degli Americani e dei loro alleati occidentali. La loro organizzazione è cambiata considerevolmente. Lo stile autocratico del Mullah Omar è stato abbandonato dopo il 2001 ed è stato rimpiazzato da un sistema di leadership collegiale, incentrato attorno alla Rahbari Shura (Consiglio della leadership), una sorta di “politburo” dei talebani. Il leader deve interagire con i suoi pari e non può prendere decisioni solitarie, senza pagare un elevato prezzo politico.

Il più grande successo organizzativo dei talebani è stata la loro abilità nel costruire uno stato ombra sulla base di queste variegate “reti di reti” che rappresentano la base sociale del movimento. Negli ultimi anni hanno creato una forma armata ibrida, capace di compiere complesse manovre militari e di affrontare con successo le forze armate afgane.

La domanda che più ci si pone è se i talebani si siano in qualche modo ammorbiditi ideologicamente nel corso degli ultimi 20 anni. Molti giornalisti hanno posto domande di questo tipo a quei comandanti e capi dei talebani che sono riusciti a raggiungere, di solito figure junior. Non sorprende che il profilo ideologico degli intervistati in larga misura mostri poca evoluzione rispetto alle rigidità degli anni ’90. In fin dei conti, non potevano essere dei “moderati” quelli che nel corso degli anni si sono arruolati nei talebani per fronteggiare le bombe e le tecnologie americane.
Agli alti livelli della gerarchia dei talebani le cose sono un po’ diverse. Non è tanto che ci sia stato un ammorbidimento in quanto tale, ma si è certamente sviluppato un considerevole pragmatismo. Già del 2005 i talebani, bisognosi di assistenza, avevano accettato di stabilire rapporti (a quell’epoca ancora allo stato embrionale) col loro vecchio nemico, l’Iran sciita. Quei rapporti sono poi fioriti in anni più recenti.

Una dose di pragmatismo ancora più elevata è stata mostrata quando nel 2015-16 i talebani hanno cominciato a stringere relazioni con la Russia. Mentre l’Iran, tutto sommato, ha per lo più avuto relazioni decenti con i qaedisti ed è pur sempre rispettato in molti ambienti jihadisti per il suo impegno contro Israele, la Russia viene vista come un nemico giurato di tutti i jihadisti, alla pari dell’America, se non di più. La mossa della leadership dei talebani fu molto dibattuta internamente all’inizio, ma nondimeno andò avanti e sbocciò in un legame alquanto stretto tra Russia e talebani, che oggi vedono nella Russia uno dei loro tre alleati principali (dopo Pakistan ed Iran).

I capi politici dei talebani pertanto sono capaci di pragmatismo. Piuttosto che sperare nell’improbabile “ammorbidimento” dei talebani come risultato di una guerra feroce, che è costata ai talebani almeno 100mila morti, sarebbe probabilmente più realistico contare sul loro pragmatismo. I talebani dovranno pur affrontare il problema di come tenere a galla un’economia devastata e per questo hanno bisogno di tenere i confini aperti ed anche di continuare a ricevere aiuti esterni. È improbabile che i siano disposti a concessioni più che modeste su questioni come i diritti delle donne, ad esempio. Su questioni come i loro rapporti di lunga data con i qaedisti, invece, concessioni più significative sono più probabili, in cambio di riconoscimento e legittimazione internazionale.

In ultima analisi, i dibattiti interni tra i talebani e i loro rapporti in fase di consolidamento con vari gruppi islamisti afgani (futuri alleati in un governo di coalizione) suggeriscono che i talebani si muoveranno verso un regime simile a quello iraniano, senza peraltro mai riconoscere la parentela per non irritare gli elementi più ostili all’Iran, che rimangono all’interno dei loro ranghi. Non potrà quindi essere un completo clone, anche perché i talebani, prigionieri della dottrina sunnita, mai potranno produrre qualcosa sul tipo del cosiddetto Velayat Faqih – l’innovazione teologica di Khomeini che restringe il ruolo di Guida Suprema della Repubblica Islamica dell’Iran ad esponenti del clero. Tuttavia, un adattamento di quel modello potrebbe conciliare sia le istanze clericali dei talebani che le richieste dei Fratelli Musulmani, che saranno probabilmente i principali futuri partner di governo dei talebani. 

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Antonio Giustozzi, senior research fellow al Rusi di Londra e affiliato al King’s College, comincia con questo articolo una collaborazione con Repubblica. Tra i suoi libri, Taliban at war (2019), The Islamic State in Khorasan (2018) e Decoding the New Taliban (2009)

Fonte: Repubblica

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