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ALESSANDRIA DELLA ROCCA (AGRIGENTO). Asia annusa un punto preciso del marciapiede tra due ringhiere arrugginite dal tempo. Sbuffa, il pastore tedesco, poi ringhia. Qui, in via Sant’Antonio 25, palazzine in pietra a schiera, il 12 marzo 2019 il suo padrone è stato trovato a terra: colpito a morte con un coltello, davanti casa. Asia si agita, tira il guinzaglio e costringe Aurora ad arrivare 50 metri più distante, proprio lì dove Vincenzo Busciglio è stato ferito.

Piazza Metello, ritrovo dei giovani, una scalinata e due panchine. “Fa così da un anno – racconta Aurora con gli occhi lucidi – e i primi giorni non mangiava”. La piazza è circondata da palazzine basse in cemento. C’è silenzio, le strade sono vuote. Una signora sbircia dalla persiana, poi richiude la tapparella in tutta fretta.

Il sole picchia in questo sabato ad Alessandria della Rocca, quasi tremila anime, pochi giovani e tanti anziani che hanno buoni occhi e orecchie ma bocche ben chiuse. C’è una famiglia, però, che da una casa dimessa a pianterreno urla il suo dolore, chiede giustizia, incita il paese a raccontare cosa ha visto, scrive lettere ai magistrati e anche al presidente della Repubblica. “Voglio la verità sulla fine di mio figlio – ripete Giovanni Busciglio, che di mestiere fa il manovale ma che da quel giorno non è più riuscito a trovare la forza per lavorare – se qualcuno sa e ha visto è ancora in tempo. Non sappiamo perché Vincenzo è stato ucciso. Aiutateci”.

La stessa sera in cui Vincenzo Busciglio, 23 anni, spirava tra le braccia del padre, Pietro Leto, coetaneo, veniva arrestato dai carabinieri con l’accusa di omicidio. A fare il suo nome era stato proprio Vincenzo prima di morire. Da quel giorno sui buchi neri di un’indagine “condotta in maniera approssimativa”, dice l’avvocato di famiglia Totò Pennica, nessuno è riuscito a fare chiarezza. Il silenzio del paese ha avuto il suo peso anche in aula, dove si sta concludendo il processo in abbreviato.

Il pubblico ministero ha chiesto 14 anni. “Troppo pochi. Siamo delusi, amareggiati, ci sentiamo soli. La famiglia Leto non si è mai vista, il Comune non si è costituito parte civile. Solo l’arcivescovo Montenegro ci ha espresso solidarietà”, stringe i pugni Giovanni Busciglio. La moglie Antonina Pullara, a lutto, asciuga le lacrime nella cucina tappezzata di foto. Vincenzo che alza la coppa dopo aver vinto una gara di go-kart. Vincenzo che abbraccia Asia. Vincenzo con papà, mamma e le sorelle Aurora e Sonia nel giorno del suo diciottesimo compleanno. Vincenzo che suona nella banda del paese.

La storia di Vincenzo è quella di un ragazzo che ha scavalcato la morte per poi trovarsela di nuovo di fronte senza un apparente perché. “Vincenzo ha avuto tutto l’amore di una famiglia semplice ma unita. Dai 4 agli 8 anni è stato tormentato da un tumore. Era guarito ma è rimasto un bambino dentro il corpo di un ultraventenne. Era senza malizia, si fidava, prendeva tante delusioni ma andava avanti. E, poi, sono arrivate quelle coltellate a portarcelo via dopo tanti sacrifici”, racconta papà Giovanni.

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Ci sono cinquanta metri di silenzio tra via Sant’Antonio 25 e piazza Metello. Quei metri Vincenzo, la sera del delitto, erano le 20 e c’era vento, li ha percorsi cercando di arrivare a casa. “Sanguinava. “È stato Pietro Leto” ha detto e poi è svenuto”, racconta ancora il padre. Leto è stato bloccato 30 minuti dopo, l’arma del delitto non è mai stata trovata, la procura non ha chiesto aggravanti per i futili motivi e non ha contestato il porto abusivo di arma.

Da casa Busciglio a casa Leto sono due minuti a piedi. Stesso quartiere, stessa distanza da piazza Metello. Dal balcone di una palazzina grigia la madre del giovane in carcere taglia corto: “Chiedere scusa? Perché è stato mio figlio? Quali prove ci sono? Lo hanno rinchiuso senza prove”. Eppure, le intercettazioni durante un colloquio proprio con la mamma rivelano una frase che fa riflettere: “Stai tranquillo, non trovano niente”.

All’ora di pranzo, la sindaca Giovanna Bubello, eletta con una lista civica di sinistra, cucina per la sua famiglia numerosa nella sua casa al centro. “Il Comune non si è costituito parte civile perché è una tragedia che coinvolge due famiglie. Stiamo facendo un’ordinanza contro l’alcol venduto ai minori, presto arriveranno le telecamere in paese. L’omertà va combattuta, invito i cittadini a dire tutto ciò che sanno”.

Sullo stesso marciapiede al panificio Canzoneri la banconista è delusa: “Non capisco perché stanno zitti”. Ma in piazza Metello tre residenti su tre dicono: “Quel giorno non ho sentito e visto nulla”. Proprio come risposero le due donne che nei primi anni Duemila: avevano aperto le porte alla collaborazione coi magistrati parlando di mafia per la fine del custode del cimitero Pietro Chillura. Poi, ritrattarono tutto. L’avvocato Totò Pennica non si arrende: “Andremo avanti fino al terzo grado senza abbassare la guardia. Speriamo nel giudizio”. Nella villa comunale, alla fine del paese, una stele ricorda Vincenzo e guarda verso i monti. C’è silenzio anche qui. Ma è un silenzio di pace.

Fonte: Repubblica

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