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L’offerta di posti in asili nido in Italia è ancora inferiore al 25 per cento dei potenziali utenti, bassa se confrontata con quella dei principali paesi europei. In aggiunta a spese di investimento, la spesa corrente dei comuni dovrebbe aumentare di circa un miliardo all’anno per raggiungere l’obiettivo europeo di un tasso di copertura del 33 per cento. I numeri vengono dall’analisi dell’Ocpi (Osservatorio Conti Pubblici Italiani) di Carlo Cottarelli.

Nel 2019 il numero di nascite in Italia ha toccato un nuovo minimo (435 mila). Tra le cause della bassa natalità c’è la difficoltà di conciliare vita lavorativa e familiare: come si può vedere dai dati dell’Ispettorato nazionale del Lavoro, nel 2019 oltre 25 mila genitori (quasi tutte madri) con figli minori di 3 anni si sono licenziati per impossibilità di conciliare il lavoro con la cura dei figli.

Il sistema italiano di sostegno alla natalità, si legge nell’analisi, è frammentato in tante piccole misure di importo e durata limitati ed è quindi poco efficace: il governo ha perciò approvato un disegno di legge delega (il “Family Act”). Il testo è molto vago, ma accanto all’introduzione di un “assegno universale” per tutti i figli minorenni si prevede anche un potenziamento degli asili nido per favorire la conciliazione tra vita familiare e lavorativa.

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Ma qual è la situazione dei nidi in Italia? E quante risorse potrebbero servire per potenziarli?

L’offerta di asili nido in Italia

Nell’anno scolastico 2017/2018 i posti a disposizione negli asili nido erano circa 355 mila, di cui il 51 per cento pubblici e il 49 per cento privati. Il tasso di copertura della fascia 0-2 anni è pari al 24,7 per cento, ben al di sotto di quello che l’Unione Europea aveva raccomandato di raggiungere entro il 2010 (33 per cento).

asili nido italia sotto la media europea per spesa e utenza raggiunta 1 - Asili nido, Italia sotto la media europea per spesa e utenza raggiunta

Come si può vedere dal grafico, la media nazionale nasconde anche una forte eterogeneità regionale: mentre le regioni del Centro-Nord e la Sardegna raggiungono in media valori attorno al 30 per cento e in alcuni casi (Valle d’Aosta, Umbria, Emilia-Romagna, Toscana) superano l’obiettivo europeo, al Sud e in Sicilia il tasso medio di copertura crolla fino a poco più del 10 per cento. Significativa è anche la differenza tra comuni capoluogo di provincia (33 per cento) e altri (21 per cento).

Quanto spendono i comuni e le famiglie?

Nel 2017 i comuni hanno speso 1,3 miliardi per i nidi pubblici (con gestione diretta o affidata a terzi), a cui vanno aggiunti circa 200 milioni per sostenere le strutture private, per un totale di 1,5 miliardi (lo 0,08 per cento del Pil). Al netto dei contributi rimborsati dalle famiglie, la spesa effettiva scende a 1,2 miliardi o 6.000 euro per ogni bambino iscritto.

Più difficile è invece stabilire con esattezza quanto spendano in media le famiglie per la retta mensile del nido. La fonte più attendibile è l’Indagine sulle Spese delle Famiglie dell’Istat, secondo cui la spesa media annuale per famiglia per i servizi per la prima infanzia (sia pubblici sia privati) nel 2017 è di 1.996 euro, ovvero 180 euro al mese considerando 11 mesi di servizio all’anno.

Queste cifre sono vicine a quelle ricavabili dai bilanci comunali, che nel 2017 danno una spesa per famiglia di 2.009 euro per i nidi pubblici a gestione diretta; tuttavia, esse non tengono conto del numero di figli iscritti al nido nello stesso anno.

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Accanto alle agevolazioni comunali, lo Stato contribuisce al pagamento delle rette con il “Bonus nido”. Da quest’anno, il valore massimo del bonus per ogni figlio iscritto al nido è aumentato da 1.500 a 3.000 euro annui (273 al mese per 11 mesi) per le famiglie con Isee inferiore a 25 mila euro e a 2.500 euro annui (227 al mese) per le famiglie con Isee tra 25 mila e 40 mila euro; per tutte le altre famiglie, il bonus è rimasto di 1.500 euro annui.

Perché le famiglie non mandano i bimbi al nido?

Il costo troppo elevato della retta, pur riguardando l’11 per cento delle famiglie, non è la sola né la principale ragione (qui l’analisi dettagliata) per cui i bambini fino a tre anni non frequentano queste strutture. Anche la lontananza da casa, il rifiuto della richiesta, o gli orari scomodi “pesano” solo per il 5 per cento. Ben più rilevante è invece la quota di famiglie che dichiarano di non aver iscritto il proprio figlio al nido perché c’è un familiare che se ne può occupare o non si vuole delegare ad altri il proprio compito educativo (38,5 per cento), oppure perché si ritiene che il bambino sia ancora troppo piccolo o si teme per la sua salute (43 per cento). Non c’è solo un problema di mancanza dell’offerta insomma, sottolinea lo studio dell’Ocpi, ma anche un atteggiamento culturale.

Quante risorse servirebbero per potenziare i nidi?

Quante risorse servirebbero per portare il tasso di copertura della fascia 0-2 anni al 33 per cento (come raccomandato dalle istituzioni europee) o al 60 per cento (come suggerito dal Piano Colao)? Oltre agli investimenti necessari per costruire nuove strutture o ampliare quelle esistenti, la spesa corrente aggiuntiva che i comuni dovrebbero sostenere ogni anno per garantire un tasso di copertura complessivo del 33 per cento sarebbe di circa un miliardo; per raggiungere il 60 per cento, potrebbero servire invece circa 4,3 miliardi in più.

Per quanto riguarda le spese di investimento, l’Ufficio Valutazione Impatto del Senato stima un costo una tantum di 16.000 euro per ogni posto aggiuntivo: vorrebbe dire un investimento di 1,9 miliardi per raggiungere la copertura del 33 per cento e di 8,1 miliardi per la copertura del 60 per cento. L’ammortamento di questi investimenti, pari al 3 per cento annuo per gli edifici, ammonterebbe rispettivamente a circa 60 e 240 milioni all’anno, da aggiungere alla spesa corrente vista sopra.

Un confronto internazionale

Come ricordato, oggi l’Italia spende lo 0,08 per cento di Pil per gli asili nido. Quanto spendono gli altri paesi? Nel 2015 l’Italia era all’undicesimo posto su 14 paesi europei considerati in un rapporto Ocse. In particolare, la Germania spendeva più del doppio in rapporto al Pil, la Francia quasi 8 volte tanto e la Svezia addirittura 13 volte tanto (Fig. 2).

asili nido italia sotto la media europea per spesa e utenza raggiunta 3 - Asili nido, Italia sotto la media europea per spesa e utenza raggiunta

La situazione rimane simile anche guardando alla spesa pro capite per ogni bambino al di sotto dei 3 anni: nel 2015 la Svezia spendeva oltre 14.000 dollari (a parità di potere d’acquisto) per ogni bambino tra 0 e 2 anni, la Francia oltre 7.000, la Germania 3.600 e l’Italia soltanto 1.200.

L’Italia è più indietro rispetto ai principali paesi europei anche in termini di bambini iscritti al nido o ad altre strutture per l’infanzia (Fig. 3).

asili nido italia sotto la media europea per spesa e utenza raggiunta 4 - Asili nido, Italia sotto la media europea per spesa e utenza raggiunta

Nel 2018 la percentuale di bambini sotto i 3 anni iscritti a un servizio di cura o educativo “formale” era di poco superiore al 33 per cento nei 27 Stati Ue: in media, dunque, l’obiettivo che l’Ue si era prefissata è stato raggiunto.

C’è però una forte eterogeneità nella diffusione degli asili nido. L’Italia è al diciottesimo posto, essendo seguita solo dall’Austria e dalla maggior parte dei paesi dell’Est Europa, con percentuali inferiori al 20 per cento. All’estremo opposto, non solo la Francia e i paesi del Nord, ma anche alcuni del Sud come Spagna e Portogallo raggiungono il 50 per cento di bambini iscritti. A metà strada si trova la Germania, attorno al 30 per cento.

Fonte: Repubblica

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