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STOCCOLMA – L’ex ambasciatrice svedese a Pechino Anna Lindstedt, è stata assolta dall’accusa di aver collaborato con le autorità cinesi per ottenere la liberazione di un librario e editore svedese-cinese, Gui Minhai. Si è trattato di un un processo senza precedenti per un diplomatico nordico: la donna rischiava due anni di carcere “per aver agito nell’interesse della Cina”. 

Secondo l’accusa, nel gennaio del 2019 all’hotel Sheraton di Stoccolma e, all’insaputa dei suoi responsabili, Lindstedt aveva partecipato a un incontro tra la figlia di Gui Minhai e misteriosi “uomini d’affari” che affermavano di avere contatti con le autorità cinesi: questi ultimi avrebbero fatto pressione sulla figlia di Minhai per far cessare le sue critiche al governo cinese. In cambio avrebbe ottenuto la libertà del padre.

Per la diplomatica sessantenne, che da febbraio 2019 è senza incarico, il procuratore aveva chiesto la sospensione della pena a metà giugno. Per il tribunale “le condizioni oggettive per il reato di operato arbitrario con una potenza straniera non sono state soddisfatte e Anna Lindstedt è stata quindi rilasciata”, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Afp, che è in possesso di una copia della sentenza.

Lindstedt, rimossa dal posto che occupava dal 2016 a seguito di questa vicenda, non è stata ritenuta colpevole delle tre condizioni necessarie per la sua condanna: aver erroneamente affermato di rappresentare la Svezia – era davvero un’ambasciatrice-; condurre vere negoziazioni – ma secondo il tribunale non ci sono state – e negoziare con veri rappresentanti del potere straniero: la cosa non è accaduta visto che ha incontrato “uomini d’affari” che non erano funzionari di Pechino.

“La corte non crede che il pubblico ministero abbia dimostrato che l’ambasciatrice abbia negoziato con rappresentanti dello Stato cinese. E anche se fosse stato così, sarebbe stato nei suoi diritti di ambasciatrice in Cina”, ha detto il Giudice Anna Flodin in una conferenza stampa.

Durante il processo, Anna Lindstedt ha negato qualsiasi responsabilità: “Durante i miei 30 anni come diplomatica, sono stato fermamente fedele alla Svezia e ai valori svedesi. E anche in questo caso. È irreale, per non dire kafckiano, essere stata perseguita per crimini contro la sicurezza del regno “.

La storia di Gui era stata conosciuta in tutto il mondo quando, nel 2015, era scomparso per mesi durante un viaggio in Thailandia. Più tardi si scoprì che era stato incarcerato in Cina insieme ad altri 4 editori e librai, per aver pubblicato e venduto libri critici nei confronti dei politici cinesi. Poi Gui era apparso in tv raccontando di essersi consegnato alle autorità cinesi e confessando un reato avvenuto un decennio prima. Liberato nell’ottobre del 2017, era stato di nuovo arrestato nel 2018 e l’opinione pubblica e il governo svedese avevano cercato di liberare “il dissidente” che Pechino continuava a considerare un suo cittadino.

Chiamata a testimoniare durante il processo, la figlia di Gui Minhai, Angela Gui, aveva sostenuto che l’incontro aveva “qualcosa di strano” e che gli “uomini d’affari” – che si erano detti vicini al Partito Comunista” e al governo – assicurarono all’ambasciatrice che avrebbero potuto rilasciare l’editore se in cambio lei avesse chiesto ad Angela Gui di “tacere”.

La Säpo, l’agenzia di intelligence interna svedese, aveva rapidamente avviato un’indagine preliminare contro Anna Lindstedt. Secondo l’accusa, il caso aveva anche messo in pericolo le relazioni sino-svedesi, offuscate dalla detenzione del libraio. La diplomazia svedese ha affermato di  essere all’oscuro dell’incontro e di non essere nemmeno stata a conoscenza della presenza della sua ambasciatore nella capitale, ma Lindstedt ha sempre sostenuto di aver informato i suoi superiori.

Nel febbraio scorso, 21 ex ambasciatori l’hanno difesa nelle colonne del quotidiano Dagens Nyheter. L’ultimo caso di un ambasciatore processato in Svezia risale a 200 anni fa ed era sfociato in una condanna a morte mai eseguita.

Fonte: Repubblica

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