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Come in un grande negozio di antiquariato, le bandiere rosse si riappropriano di “Bella ciao” sull’erba secca di piazza San Giovanni inondata di sole e di antifascismo, una parola che declinata al plurale – “no ai fascismi” – esprime già un disagio linguistico perché moltiplica per due, per dieci, per cento e per mille un nemico che da solo è già troppo.

Ci sono anche, attorno al palco dei discorsoni in sindacalese di Sbarra e di Landini, i palloncini colorati, che non sono più i Bubble gum pop, un’innocente moda generazionale, ma i simboli della libertà offesa da quando, il 22 maggio del 2017, invasero l’Arena di Manchester proprio mentre un kamikaze islamista si faceva esplodere nel foyer (23 morti).

E sono, i palloncini, la nota più positiva della giornata di ieri, il piccolo accenno di un mutar pelle della Cgil in evidente contrasto con la ricomparsa delle lucciole di piazza, che da tempo non c’erano più, come non ci sono più le mezze stagioni e i sapori di una volta, signora mia. Riecco dunque, “carogne / tornate nelle fogne”, accanto allo slogan consapevole e ironico: “Ci siamo vaccinati/il 25 aprile”. E ogni tanto si leva un mormorio: “Nichi, è passato Nichi”, e i fotografi assediano Zingaretti e persino Di Maio perché a Roma assediano chiunque, da quando Fellini nella Dolce Vita ne plasmò l’antropologia inventando la parola “paparazzi”: clic, flash, e domande a raffica. Di lato c’è la chiesa paleocristiana che è chiamata “arcibasilica” perché, dopo San Pietro, è la più importante di Roma. E, come il vescovo si gonfia in arcivescovo, la basilica si gonfia in arcibasilica, e anche Giuseppe Conte si gonfia in arcileader di un’arcisinistra a 5 stelle, dà pacche su tutte le spalle del mondo come Cuffaro dava baci e parla tanto premettendo che non parla perché “c’è il silenzio elettorale e questa è una festa democratica senza colore”.

E ricompare un’altra lucciola quando risento, scandito, e in corteo: “Le sedi dei fascisti / si chiudono col fuoco / ma coi fascisti dentro / se no è troppo poco”. Ci sono, anzi ci ri-sono i cileni: “Somos Chile Despertò Italia”. E pure i colombiani. Qualcuno canta “El Pueblo Unido”, e si alzano i pugni chiusi con “Avanti popolo alla riscossa / bandiera rossa, bandiera rossa”. Le sigle sono così tante che non le vedi più: Spi, Fiasc, Fp, Filcom, Fabi, Udu, Uiltucs, Faicisl…Sembrano le targhe automobilistiche del “Dizionario dei luoghi immaginari” di Italo Calvino.

Eppure due anni fa, nel 2019, li avevo visti “belli, belli, belli” sia i giovani di Friday for Future, sia la folla (ancora) senza capi delle Sardine, proprio perché non sventolavano bandiere. Belli e presuntuosi, è vero. Belli e saputi, è vero. Ma belli senza cattiveria, belli senza violenza, tanto belli che la piazza non era più la piazza dove “si scende”, la piazza dello scontro, la piazza tribunale del popolo, la piazza plotone. E già questo basta perché gli orribili squadristi che sabato scorso hanno violato il simbolo e devastato la sede del sindacato meritino la galera dove stanno. Ci hanno infatti ricacciato dentro i quadri di Guttuso e “siamo tutti antifascisti” è, alla fine, lo slogan più vero e più gridato. E anche se la folla di oggi, che folla!, non ha la stessa grazia di Dio, è “la scrollata”, come si dice a Roma, un riflesso condizionato, certo, ma necessario. E tuttavia la manifestazione di oggi è il vero bel guaio che Fiore e Castellino hanno combinato, anzi è il loro primo e unico successo: sono stati promossi nemici dall’abbondanza democratica, non da quella dei numeri – centomila? duecentomila? – che non sono verificabili, ma dal tao, da flusso, dalla quantità che, ovviamente, incanta.

E infatti avanziamo strusciandoci i gomiti l’un altro, non c’è l’allegro pandemonio dei giovani Holden nei campi di segale con Greta, e neppure il capogiro collettivo dei Papa boys in piazza san Pietro, ma sudori, odori, contatti fisici e slogan sono quelli antichi della piazza San Giovanni dei vecchi tempi, la piazza di Berlinguer dove, tutti insieme, abbiamo dato i numeri: un milione di persone, anzi due, anzi tre al Circo Massimo con la faccia larga del ‘cinese’ Cofferati, milioni immaginari che si contagiavano di ideologia e di passione, con gli strumenti della politica d’antan che riproposti oggi sono riti e, come tutti i riti, desantificano le feste.

Ed erano immaginari anche i numeri di Almirante in piazza del Popolo e in tutte le piazze “de destra e de Roma”. Leo Longanesi le disegnava infuocate dal sole, oppure inumidite da una dolce pioggia invernale, belle piazze della Roma eterna con le donne che giravano tra i tavoli, uomini in cilindro, sparati bianchi, sciarpe tese sul ventre e sul petto, ermellini, toghe, nastri massonici, tutti a mangiare gelati e a bere cappuccini. Davvero siamo tornati a “fascisti e comunisti giocavano a scopone / e vinsero i fascisti con l’asso di bastone?”.

Fermo una coppia di compagni che si tengono per mano: Gina e Lucio. Esibiscono una scritta: “Brianza antifascista”. Mi dicono: “Quei matti lottavano contro il Green Pass e alla fine hanno assaltato la Cgil che del Green Pass non è mai stata, diciamo così, entusiasta. La Confindustria invece va matta per il Green Pass. Ma i fascisti non assaltano mai la Confindustria, assaltano solo il sindacato dei lavoratori. Se no, che fascisti sarebbero?”.

Sin dal mattino ho cercato i più giovani, i ragazzi della Cgil, che passa per essere il sindacato dei pensionati. Mi aspettavo dunque i vecchi, i famosi pensionati appunto, non quelli di De André che “stracannano e stramaledicono le donne, il tempo e il governo” ma quelli che contrappongono l’austerità del tempo andato, di Ingrao e Lama, di Berlinguer e Trentin, alla sfrontatezza del tempo nuovo, il borbottio della saggezza e i riferimenti di famiglia, il sindacalismo dei rancori, dei dibattiti alle feste dell’Unità, della sinistra ballerina nelle piazze, ma sempre perdente nelle istituzioni.

E invece oggi qui ho trovato anche i giovani. Quanti anni hai? chiedo al più bambino: “trentuno”. Ah, ecco. Non è solo la dilatazione dei tempi della giovinezza che mi disarma, ma anche il suo sfiancamento. Allora, affianco il corteo e mi imbatto in un’altra lucciola, in un altro slogan: “La nostra protesta / non è una passeggiata / ogni scuola / sarà una barricata”. E mentre Landini parla di ridistribuzione, patto sociale, pensioni e cita Federico Caffè, senza ricordare che quel genio si sentiva così perdente che si è perduto, di nuovo noto che i giovani della Cgil non somigliano alla generazione del clima e dei diritti, che ha liberato un’altra energia e forse è la nuova sinistra d’Europa, quella dei palloncini, quella che contro la paura e la violenza leva in cielo la leggerezza e la gioia di un ottimismo che nessun fanatismo potrà fermare. I palloncini per dirlo, i pallocini per farlo, i palloncini che non sono simboli “contro” ma simboli “con”.
 

Fonte: Repubblica

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