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230811576 76fc4643 eecb 48cc a234 8c05c1de09e8 - Biden si difende: “Eravamo lì solo per combattere il terrorismo”

NEW YORK – «La più lunga delle guerre americane finisce, non cambio decisione, non passerò questa guerra a un quinto presidente: quante altre vite dovrei sacrificare? Non ripeterò gli errori del passato. I diritti umani non possono essere difesi con impegni militari senza fine». Joe Biden parla alla nazione mentre i suoi soldati tentano di “estrarre” dall’Afghanistan diplomatici, civili, profughi. Il presidente ammette che sono «scene dolorose, ma dopo vent’anni non c’è mai un momento buono per ritirarsi». Punta il dito sulle responsabilità degli afghani: «I loro leader politici sono scappati, le loro forze armate sono crollate. I soldati americani non devono morire in una guerra che gli afghani non vogliono combattere per il proprio Paese. E se non sanno resistere contro i talebani oggi, non c’è ragione perché lo facciano tra un anno o cinque anni».

Assediato da un coro di critiche spesso feroci, in America e in tutto il mondo, Biden rievoca gli sbagli dei suoi prdecessori, «la missione anti-terrorismo era conclusa dieci anni fa». Ora per limitare i danni deve vincere una corsa contro il cronometro: l’evacuazione in tempi record di 20mila cittadini americani, più altre migliaia fra cittadini dei Paesi alleati (Nato) e collaboratori afghani muniti di visto o ai quali è stata promessa la salvezza. Le immagini degli elicotteri in fuga da Saigon nel 1975 sono già logore, superate dal caos di ieri all’aeroporto di Kabul. C’è un altro incubo che Biden deve evitare: la presa di ostaggi americani, a Kabul come a Teheran nel 1979 all’inizio della rivoluzione islamista ispirata dall’ayatollah Khomeini. Il disastro d’immagine sarebbe ben più grave, l’opinione pubblica americana (che fino a ieri appoggiava il ritiro con margini dal 60% al 70%) si rivolterebbe contro di lui, facendo di Biden un novello Jimmy Carter, il presidente democratico la cui parabola politica fu distrutta dalla vicenda degli ostaggi in Iran. Per questo i diplomatici da ieri sera sono già tutti asserragliati dentro l’aeroporto, secondo la versione di Biden. 

Di fronte alla conquista di Kabul da parte dei talebani, la Casa Bianca e il Pentagono si erano dati un tempo strettissimo: 72 ore per evacuare l’aeroporto e portare in salvo tutti gli “aventi diritto”. Ma il caos di ieri ha già rovinato quel piano. La massa di afghani che sono accorsi all’aeroporto, la ressa mortale, la presenza di uomini armati che ha costretto i soldati Usa ad aprire il fuoco: lo scenario di pericolosa anarchia ha costretto a chiudere per molte ore l’aeroporto di Kabul. L’aumento a 6.000 uomini del dispositivo militare richiamato in Afghanistan, dice Biden, «serve a garantire la sicurezza dell’aeroporto, ma è una missione non priva di rischi».

Gli ultimi 3.000 soldati dovrebbero arrivare in queste ore. L’operazione-salvataggio ha un nome in codice, il termine tecnico è “noncombatant evacuation operation”, sigla Neo, cioè evacuazione di civili: è un termine maledetto, che negli annali del Pentagono viene associato a eventi funesti, ritirate precipitose, disfatte. È di questa sigla che Casa Bianca e Pentagono si occupano. In Afghanistan risiedono tuttora circa ventimila civili americani, tra cui i 4.000 addetti all’ambasciata di Kabul, una delle sedi diplomatiche più grandi del mondo. Di qui l’incubo-Teheran: se i talebani riuscissero a prendere degli ostaggi, a usarli come merce di scambio, o peggio ancora a procedere con macabre esecuzioni, l’uscita dall’Afghanistan acquisterebbe di colpo un significato diverso per l’intera popolazione americana.

Si è già vista la colonna di fumo dall’ambasciata, provocata da falò di documenti e archivi segreti, bruciati in fretta dai diplomatici prima che possano cadere in mano i talebani. Poi ci sono tutti gli amici a cui è stata promessa salvezza: altri diecimila fra cittadini dei Paesi Nato e afghani. Biden lancia un duro avvertimento ai talebani perché rispettino gli accordi di Doha presi con i loro capi: una promessa di consentire l’evacuazione ordinata e senza vittime. «Se ci attaccano la nostra risposta sarà devastante». 

Ma il numero di afghani che tentano di ottenere il “volo verso la salvezza” complica tutto. Il segretario di Stato, Antony Blinken, è costretto a una triangolazione con i governi di Pechino e Mosca per chiedere garanzie sul comportamento dei talebani. 

Fonte: Repubblica

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