Condividi:

Assediato dal dissenso, il presidente della Bielorussia Aleksandr Lukashenko, battezzato in passato dagli Stati Uniti come “l’ultimo dittatore d’Europa”, ha trovato un capro espiatorio nella vicina Russia, un tempo suo principale alleato e benefattore. Mosca non solo avrebbe sostenuto aspiranti candidati alle presidenziali del 9 agosto dove il baffuto leader bielorusso corre per il sesto mandato consecutivo, ma – sostiene Lukashenko – avrebbe persino spedito decine di mercenari per inscenare proteste e destabilizzare il voto.

Trentadue membri della compagnia privata Wagner sono stati arrestati ieri notte, ha annunciato l’agenzia di stato bielorussa BelTa, in un sanatorio presso la capitale Minsk da un team delle forze speciali dei servizi segreti che qui si chiamano ancora Kgb. Un’altra persona sarebbe stata fermata più a Sud.

L’operazione sarebbe stata condotta dopo una soffiata su 200 miliziani in arrivo per destabilizzare il Paese durante la campagna elettorale. “È necessario chiedere immediatamente alla Russia di spiegare che cosa sta succedendo”, ha commentato Lukashenko dopo aver convocato un incontro del Consiglio di Sicurezza.

L’escalation non fa che aggravare la già fragile alleanza tra le due nazioni ex sovietiche. Al potere da 26 anni, Lukashenko in passato non ha esitato a interpretare ora il difensore della patria bielorussa quando voleva dimostrare di non essere il cagnolino di Putin, ora il lealista russo quando aveva bisogno del foraggiamento moscovita di gas naturale a buon mercato.

Dopo l’annessione russa della penisola di Crimea, ha però messo in discussione la sua dipendenza energetica ed economica da Mosca e cercato una sponda nell’Occidente che, a sua volta, a dispetto del regime autoritario instaurato da Lukashenko, vedeva nella Bielorussia un baluardo contro l’ulteriore espansione russa verso i confini europei.

Il disgelo è culminato quest’anno con la visita del segretario di Stato statunitense Mike Pompeo a Minsk, la prima in una ventina d’anni, e un accordo per lo scambio di ambasciatori. Il riavvicinamento potrebbe però ora essere messo in discussione dalla repressione messa in atto dal regime bielorusso contro la recente ondata di manifestazioni che l’Occidente non ha esitato a condannare minacciando un inasprimento delle sanzioni.

L’ex direttore di una fattoria collettiva, sovkhoz, per 26 anni rimasto saldo al potere a colpi di emendamenti costituzionali ed elezioni non trasparenti, in passato non aveva mai avuto reali contendenti alle urne. Ma la stanchezza per il suo dominio infinito, la crisi economica e il suo spudorato negazionismo della pandemia hanno dato vigore a reali candidature alternative: il vlogger Serghej Tikhanovskij, l’ex direttore di una banca controllata da Mosca Viktor Babariko e l’ex ambasciatore negli Usa e fondatore della “Silicon Valley” bielorussa Valerij Tsepkalo.

rep

Per prima cosa Lukashenko ha insinuato che, dietro alle loro campagne elettorali, ci fossero dei “burattinai russi”. Poi ha incarcerato i primi due e invalidato la candidatura del terzo che, temendo di fare la fine degli altri, è fuggito all’estero con i due figli. Contro la prospettiva di un Lukashenko al potere a vita, la gente è scesa in piazza.

Alla fine la sola candidatura ammessa, oltre a quella di Lukashneko, è stata quella della moglie di Serghej, Svetlana Tikhanovskaja. Una donna e dunque all’apparenza non pericolosa per il maschilista presidente bielorusso nonostante il grande seguito. Si sbagliava. La timida insegnante trentasettenne è riuscita a galvanizzare le folle, grazie anche al sostegno di altre due donne: la moglie di Tsepkalo e la manager della campagna presidenziale di Babariko. E ora messo alle strette, sostengono gli osservatori, Lukashenko cerca di mobilitare gli elettori agitando lo spauracchio delle interferenze dell’ex oppressore russo.

“Le autorità usano i mercenari di Wagner per spaventare la popolazione prima del voto inventando un thriller sui miliziani russi”, ha commentato all’Ap Aleksandr Alesin, esperto militare indipendente di Minsk. Che ha anche ricordato che la Bielorussia ha sempre offerto un corridoio per le operazioni russe militari sensibili all’estero. “Il filmato degli arresti è assurdo”, ha aggiunto. “Se i 33 uomini di Wagner stavano davvero pianificando finte proteste non avrebbero indossato tute verdi da combattimento e t-shirt con la scritta “Russia””.

Fonte: Repubblica

Condividi:

Rispondi

Su questo sito Web utilizziamo strumenti di prima o di terzi che memorizzano piccoli file (cookie) sul dispositivo. I cookie vengono normalmente utilizzati per consentire al sito di funzionare correttamente (cookie tecnici), per generare report di navigazione (cookie statistici) e per pubblicizzare adeguatamente i nostri servizi /prodotti (cookie di profilazione). Possiamo utilizzare direttamente i cookie tecnici, ma hai il diritto di scegliere se abilitare o meno i cookie statistici e di profilazione. Abilitando questi cookie, ci aiuti a offrirti un’esperienza migliore. Cookie policy