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“Viviamo come animali. Anzi, peggio. Se nessuno ci aiuta, moriremo”. Il grido disperato di Kasim, pakistano, arriva dall’inferno di Lipa. Questa tendopoli malconcia e improvvisata, è il campo profughi andato in fiamme la settimana scorsa, due giorni prima di Natale, a una trentina di chilometri da Bihac, nord della Bosnia-Erzegovina. Ora quasi mille persone dormono nei boschi, al gelo, senza acqua né cibo. O nell’unico tendone rimasto nel campo, pericolante. Costruito ad aprile per far fronte all’emergenza Covid, gestito dall’Oim (l’organizzazione internazionale per le migrazioni), doveva ospitare mille persone anche se dentro ce ne stavano almeno 500 in più. Più volte l’Oim aveva chiesto alle autorità locali di attrezzarlo per l’inverno: senza acqua ed elettricità non si sopravvive al gelo di questi giorni, quando le temperature scendono sotto lo zero ed inizia a nevicare. 

“Quello di Lipa era un campo nato male. Quattro tendoni-dormitorio, in cerata, ognuno con 120 letti a castello. Più un altro tendone che serviva da refettorio e alcuni bagni chimici. L’elettricità arrivava grazie a dei generatori a cherosene, saltati con le prime nevicate. L’acqua iniziava a congelare”, racconta a Repubblica Silvia Maraone, coordinatrice dei progetti lungo la rotta balcanica per Ipsia, ong attiva in Bosnia da 25 anni e che dal 2018 lavora nei campi profughi del Paese balcanico. 

Più volte negli ultimi mesi l’Oim aveva dato una deadline per chiudere il campo tirato su in fretta per l’emergenza. La mattina del 23 dicembre doveva esserci l’evacuazione finale, ma alle 11 del mattino uno dei tendoni-dormitorio ha preso fuoco. “Ci sono due versioni sull’incendio: c’è chi dice sia stato l’Oim, chi alcuni migranti. Fatto sta che queste persone ora non hanno un posto dove andare. I campi a Sarajevo sono strapieni. Chi ha provato ad andare a Bihac a piedi è stato bloccato e rimandato indietro dalla polizia. Ogni giorno la Croce Rossa distribuisce dei pasti, ma non è abbastanza”, prosegue Maraone.  

I disperati di Lipa sono tutti giovanissimi, tra i 23 e i 25 anni. E anche qualche minorenne è facile trovare in mezzo alle montagne, in questo altopiano poco sopra i mille metri dove i venti gelidi dei Balcani soffiano impietosi. Vengono in prevalenza dall’Afghanistan e dal Pakistan. “Chiedono cibo, vestiti, sacchi a pelo e tende. Le persone hanno bisogno di tutto. È un disastro umanitario”, racconta ancora Maraone. 

Alcuni, dopo l’incendio, se ne sono andati per provare quello che chiamano “the game“, “il gioco”: raggiungere la Croazia. E dunque l’Europa. Ma non fanno i conti con la polizia: una volta arrivati al confine vengono catturati, spesso picchiati, spogliati di quel poco che portano con sé, riportati indietro e abbandonati sulle montagne in mezzo ai boschi o sulle rive di un fiume. 

In attesa di una sistemazione, i migranti potrebbero fare ritorno al campo di Bira, nel cantone di Una Sana, duemila posti, il più grande di tutta la Bosnia fino a che non è stato chiuso dalle autorità della regione il 30 settembre. Ma da settimane i residenti organizzano picchetti davanti al campo: non vogliono farsi carico di questo “fardello”. Oggi a Sarajevo, in una riunione straordinaria tra il governo centrale e quello locale, si proverà ad arrivare ad una soluzione. “E’ l’abisso dell’umanità. C’è una tale cecità da parte delle istituzioni locali. Gente che 25 anni fa era rifugiata e scappava dalla guerra, oggi non riconosce queste persone che muoiono di freddo. È come se avessero dimenticato quello che hanno passato. Una violenza indescrivibile”, racconta Maraone. 

La Bosnia è diventata il collo di bottiglia di una rotta balcanica dei migranti per chi dall’Asia tenta di raggiungere l’Europa. Ufficialmente chiusa dall’Ue nel 2016, negli ultimi due anni nel Paese sono già stati registrati quasi 70 mila disperati – rifugiati, migranti e richiedenti asilo. Delle circa 9 mila persone che attualmente stanno in Bosnia, solamente 6 mila sono nei campi. Tutti gli altri dormono all’addiaccio, nei palazzoni e nelle fabbriche in rovina e abbandonate dalla guerra nell’ex Jugoslavia. E’ la rotta invisibile, dimenticata. “E’ l’abisso dell’umanità”. 

Fonte: Repubblica

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