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LONDRA. Suona quasi come un ultimatum, quello dell’Unione Europea a Boris Johnson. Anzi lo è. “Non c’è altra proposta. Questa è, al Regno Unito abbiamo già fatto molte concessioni senza precedenti nella storia dell’Ue”, dice Maros Sefcovic, vicepresidente della Commissione Ue. È un altro capitolo, e l’ennesimo scontro tra Uk e Ue, in questa infinita storia della Brexit, che in parte deve essere ancora scritta. Soprattutto in Irlanda del Nord, il problema più grande e potenzialmente esplosivo al momento, sul quale Regno Unito ed Europa stanno conducendo da mesi una battaglia sotterranea e delicatissima.

Stasera l’Unione Europea ha fatto una proposta al Regno Unito e una serie di concessioni per cercare di chiudere la partita sul futuro e il destino di Belfast. Molto probabilmente non sarà questo l’epilogo, perché per Johnson e il suo ministro falco della Brexit, Lord Frost, l’apertura di Bruxelles, seppur gradita perché le concessioni sono più di quanto ci si aspettasse a Downing Street, non è sufficiente. Il nodo principale rimane uno: l’esecutivo britannico vuole stralciare, quasi completamente, il “protocollo sull’Irlanda del Nord” parte dell’accordo Brexit, soprattutto per quanto riguarda il ruolo della Corte di Giustizia europea. Questa, secondo quell’intesa controfirmata dallo stesso Johnson a fine 2019, ha l’ultima parola sulle dispute dell’applicazione del Protocollo, soprattutto commerciali. Cosa che Londra non vuole più accettare.

Sefcovic lo ha ribadito oggi: il ruolo della Corte di Giustizia europea è intoccabile, almeno per il momento: “Senza, l’Irlanda del Nord non potrebbe restare nel mercato unico europeo”. Tuttavia, Bruxelles è andata decisamente incontro a Londra, proponendo il taglio dell”80% dei controlli doganali di merci ed alimenti dalla Gran Bretagna all’Irlanda del Nord, uno dei pilastri dell’accordo Brexit che ora Johnson si è rimangiato. Potranno circolare più o meno liberamente molte carni britanniche a Belfast e anche derivati animali come uova e formaggi, dando fine quindi alla cosiddetta “guerra delle salsicce” e per la stragrande maggioranza dei beni di consumo saranno semplificate notevolmente le procedure doganali.

Le tensioni che riemergono in Irlanda del Nord

Per esempio, per i beni di cosiddetto “interesse nazionale” ci saranno “corsie preferenziali” per entrare in Irlanda del Nord e anche le medicine potranno arrivare molto più facilmente dalla Gran Bretagna (senza la necessità, come legge Ue impone, di essere prodotte nello stesso Paese o in un altro dell’Ue). Oppure, se un tir avrà 100 tipi di merci diverse dovrà fare solo una dichiarazione doganale, e non cento diverse, come avrebbe dovuto in teoria. Mentre rimagono, per esempio, i controlli attuali su animali vivi, soprattutto domestici.

Concessioni importanti dell’Ue. Che però chiede contemporaneamente al Regno Unito una più decisa trasparenza, e anche accesso alla catena logistica e commerciale che dalla Gran Bretagna spedisce merci e beni all’Irlanda del Nord, e alle dinamiche di certificazione e di origine del cibo. Una proposta che di certo irriterà in qualche modo Londra, che ha sempre rivendicato la sua assoluta indipendenza da norme e supervisioni europee.

Su questa precaria base di compromesso, nelle prossime settimane, si svilupperanno i nuovi negoziati tra Ue e Uk per cercare una delicatissima intesa sull’Irlanda del Nord, un Paese dove i radicalismi e gli estremismi stanno riemergendo in maniera preoccupante e dove il prossimo maggio ci saranno elezioni locali importanti che decideranno la composizione del Parlamentino locale Stormont, decisivo anche per la sopravvivenza del Protocollo nei prossimi anni.

Il rischio di uno scontro commericale tra Ue e Uk

Lord Frost, il “ministro” britannico della Brexit, ieri in un discorso a Lisbona ha usato parole pesanti contro il Protocollo sull’Irlanda del Nord, secondo lui da rivoluzionare perché “crea problemi e disfunzioni al Regno Unito”. Certo, come Johnson, anche lui all’epoca lo accettò. Ora, invece, Frost e il governo Johnson minacciano da settimane di innescare il famigerato articolo 16 del Protocollo, che in pratica sospenderebbe l’accordo con conseguenze potenzialmente catastrofiche, che vanno da una guerra commerciale tra Ue e Uk fino al possibile ritorno di un confine tra le due Irlande, che potrebbe minacciare la pace sull’isola firmata nel 1998 e ancora molto fragile.

In questo senso, un accordo è necessario. Ma diverse richieste del governo di Boris Johnson restano ancora eccessive e inaccettabili per l’Europa. In serata Downing St. ha fatto sapere che “si valuteranno attentamente le proposte della Ue”, senza offrire un particolare giudizio di merito, ma ribadendo: “Servono cambiamenti significativi per risolvere i problemi più rilevanti al cuore del Protocollo, governance inclusa, se vogliamo raggiungere una intesa duratura”. Il timore di Bruxelles è che Londra voglia abbattere completamente quel Protocollo a lungo negoziato alla base dell’accordo Brexit. Oggi Dominic Cummings, l’ex potente rasputin di Boris Johnson poi defenestrato, ha detto la sua verità: “La verità è che quel Protocollo noi lo volevamo stralciare sin dall’inizio. Lo abbiamo firmato nel 2019 solo perché eravamo in una situazione di debolezza e perché dovevamo sconfiggere Corbyn alle elezioni. Ma il suo destino era chiaro sin dall’inizio”. La roulette della Brexit è ripartita. 

Fonte: Repubblica

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