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che vergogna se il comune di pescara non condanna il pestaggio del ragazzo gay - Che vergogna se il Comune di Pescara non condanna il pestaggio del ragazzo gay

Non l’ho riconosciuta subito questa Pescara dell’aggressione omofoba a un ragazzo di venticinque anni, troppo lontana da come la immagino e la vivo. Ma in fondo io che abito nella provincia campagnola cosa ne so della città dove vado per lo shopping, il cinema, qualche volta uno spettacolo, una cena o un concerto? Tra una visita e l’altra la conservo, guardandola sfavillante dall’alto delle colline, come un posto delle occasioni, in cui si trova di tutto. La più americana d’Italia, la Los Angeles del sud. Nel suo “Viaggio in Italia”, Guido Piovene le aveva già preso le misure nel ’56, parlando della sua inconsueta bellezza. E ancora non c’erano i grandi ponti strallati, quello del mare e il Flaiano, il palazzo Fuksas e le Torri Camuzzi. Ora lo skyline è tutto cambiato, e forse anche l’anima.

Non ci penso che nel pacchetto è compresa la violenza. Del mio capoluogo di provincia ho privilegiato l’immagine inclusiva e aperta, vivace e multietnica, di jazz e cultura. È tutto vero, ma non basta. Gli agglomerati urbani non crescono gratis. Proliferano anche i loro cancri, i quartieri difficili, le zone fuori controllo. Gli edifici degradati del Ferro di Cavallo che forse verranno abbattuti, come se quello fosse sufficiente. Cresce la mala educazione dei singoli che si coalizzano in branco e cercano nella movida un pretesto, uno spunto per attaccare chi appare diverso e disturbante. Sono giovani miserabili, figli dell’ignoranza, o forse di quella parte della città maschia e falsamente dannunziana che pure reclama di esistere. Analfabeti dei sentimenti, non sopportano la vista di due uomini che si tengono per mano.


Mi vergogno per loro, verguenza ajena, la chiamano gli spagnoli. Ma molto di più mi vergogno dell’istituzione che avrebbe dovuto rappresentare i cittadini nella condanna del pestaggio, nell’impegno a costituirsi parte civile in così gravi episodi di omofobia. Nella notte tra giovedì e venerdì scorso si erano accaniti in sette contro due, provocando fratture alla mandibola del ragazzo che è stato poi sottoposto a intervento chirurgico con applicazione di una placca al titanio.

Il consiglio comunale di Pescara ha lasciato cadere la mozione, nel silenzio dei troppi assenti – anche tra i banchi dell’opposizione – e dei presenti che non hanno trovato le parole per spiegare il loro voto contrario. La stessa maggioranza di centro-destra aveva negato agli organizzatori dell’Abruzzo pride lo spazio intorno alla Nave di Cascella, troppo centrale, troppo visibile. Come la festa di certi parenti imbarazzanti, il flash mob è stato spostato dal salotto buono della città – buono anche per un comizio di Salvini, tempo fa – alla più defilata Madonnina.

I consiglieri contrari alla mozione hanno parlato dopo, reagendo alla pubblica indignazione: polemiche strumentali, hanno detto, e avremmo voluto che nel testo si condannasse ogni forma di violenza e allora perché non vi dispiace del poliziotto aggredito in questi giorni sulla Strada Parco. È il trito linguaggio della politica, a cui siamo abituati: sposta il problema, quando non sa risolverlo. Inutile scendere su quel terreno, sono specialisti nella tattica della diversione.

Vorrei invece porre domande molto semplici e dirette agli uomini e alle donne responsabili di quel voto scellerato. Vorrei scendere di livello, dal piano della comunicazione a quello degli istinti, dei riflessi, quasi. Che cosa provano loro nel vedere la stessa scena che ha visto il branco aggressore: due ragazzi entrambi maschi che passeggiano mano nella mano nel centro della città. Che cosa gli muove in corpo, nello stomaco, sulla pelle, nei genitali. Vorrei sapere quello che gli rivolta. A loro, adulti, seduti sugli scranni del potere locale. Perché sono sicura che è lì il nodo mai sciolto.

Forse bisogna ripartire dal basso e dal profondo per risalire ai comportamenti di superficie, che da quelle profondità risalgono. Le scelte visibili magari vengono proprio da un disgusto non riconosciuto e inconfessabile. Poi lo si riveste di una bandiera.

Le stesse domande per chi mancava: ho la presunzione di credere che qualcuna di quelle assenze fosse strategica e perciò più vigliacca di un voto contrario.
E infine, per il poco che vale, la mia solidarietà al ragazzo colpito e al suo compagno, a chi tra i passanti li ha difesi prendendosi qualche pugno, a chi ha presentato la mozione respinta, alla comunità Lgbt di Pescara e del mondo.

L’autrice ha scritto il romanzo l’Arminuta per Einaudi con cui ha vinto il Campiello nel 2017

Fonte: Repubblica

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