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ciao peppe nove anni fa laddio a davanzo giornalista del rigore e della verita - Ciao Peppe: nove anni fa l'addio a D'Avanzo, giornalista del rigore e della verità

Questa mattina, come ogni anno, le telefonate tra colleghi del 30 luglio, e poi la chiamata a Marina. Succede da quel 2011, quando Peppe è morto all’improvviso a 57 anni, con il tempo soltanto di chiamare per nome Bolzoni, l’amico di sempre che era con lui: “Attilio…”. Poi la notizia che arriva al giornale, la redazione che non riesce a crederci, e infine la fatica e lo smarrimento di continuare senza di lui, soli. Da nove anni.
Manca la persona, naturalmente e prima di tutto. La presenza così autentica e dunque così marcata, piena, i baffi e gli occhiali e l’eleganza semplice, naturale, la voce ruvida come il carattere, le impennate, le ombrosità, gli slanci di confidenza e d’intesa, l’ossessione e la capacità di pretendere da se stesso e dagli altri ogni volta di più, cercando il massimo: e magari mandando al diavolo tutto, quando quella differenza decisiva di impegno e di qualità non arrivava. Scontri furiosi, una passione d’amicizia profonda che ogni volta li superava, un’intesa culturale che li annullava, aprendo la strada a qualche nuovo progetto comune.

Ma oltre a questa impronta umana che ha segnato il giornale, manca il suo giornalismo. E su questo – che oggi ripetono tutti – vale la pena riflettere. D’Avanzo era un cronista del potere, a cui era esterno per scelta e per vocazione, e su cui svolgeva un’inchiesta permanente. Il governo del Paese, le lobby, gli apparati dello Stato, l’antistato delle mafie, le influenze internazionali, le deviazioni istituzionali, il contropotere della magistratura.

Era mosso dalla cronaca, perché sapeva il mistero che i reporter conoscono in silenzio, e cioè che la cronaca non racconta soltanto, come si pensa in genere, ma in realtà rivela. Dunque partiva dai fatti, leggeva, studiava, si documentava, andava sul posto, e restituiva al lettore la ricchezza di ciò che aveva incontrato, di quel che aveva capito. Ma già il giorno dopo cercava la seconda dimensione che sta dietro la facciata degli avvenimenti, li trascende e li spiega, perché è fatta di strategie, motivazioni, interessi, calcoli, azzardi e alleanze. E qui, proprio qui, sta il segreto ogni volta occulto del potere. Dunque questo era il campo dove il suo giornalismo doveva compiere la sua indagine, lo spazio vero e faticoso che permette l’intelligenza degli avvenimenti, la comprensione dei fenomeni, al di là della superficie delle vicende appena scalfita dalla luce frontale dei riflettori tv.

Era un lavoro in cui si mescolavano le notizie e le analisi, i fatti e la loro interpretazione, spostando ogni volta l’interrogativo del cronista più avanti, fino a cercare il nucleo profondo in cui il potere custodisce le sue ragioni e le sue ossessioni. Sapeva perfettamente che nell’intimita’ di questo scavo si correva il rischio di cadere nel pozzo della stessa ossessione, per venirne catturati e finirne prigionieri. Ma in quel luogo, ripeteva, bisognava per forza arrivare: perché solo lì si capisce tutto e si padroneggia ogni cosa. E infatti il potere, incalzato quotidianamente dal suo giornalismo, reagiva come da manuale, replicando ogni volta un modello che lui anticipava: quando leggeranno questo, reagiranno così, perché non possono fare altrimenti. Ma noi a quel punto chiederemo conto di questa contraddizione, e staremo a vedere.

Parlava con Franco Cordero, che aveva voluto nel suo giornale, per dare un nome e una fisionomia giuridica ai mostri procedurali che il potere creava nel codice per proteggersi, sfigurando il diritto, la separazione degli ambiti, la dignità del parlamento. E tutto questo lo portava in una dimensione fantasmatica, extra-istituzionale, dove lo stesso potere si trasforma in comando e il comando in abuso, mentre la sua legittimità decade a privilegio e la dismisura genera il sopruso. Intellettualmente, la partita lo ingaggiava e lo sfidava, portandolo a studiare, ad approfondire, a scartare, cercando la chiave nella filosofia, nella teoria dell’arbitrio, nella mutazione della rappresentanza in unzione, sfiorando il paganesimo politico nell’egolatria disegnata da Cordero.

Tutto partiva e ritornava al giornalismo, trovando infine la sua sintesi nella forma più semplice, dichiarata e nuda delle dieci domande a Silvio Berlusconi, l’uomo che in quel momento radunava la massima concentrazione di potere in Italia. D’Avanzo le scrisse un venerdì pomeriggio, spiegando a Palazzo Chigi che avrebbe voluto rivolgerle direttamente al Premier, in un’intervista. La risposta fu una denuncia: era la prima volta che delle domande giornalistiche venivano portate davanti a un tribunale perché le togliesse di mezzo, evitando al Premier il fastidio di vedersele riproposte sul giornale (e sui giornali di tutto il mondo) ogni giorno, e più ancora l’imbarazzo di dover rispondere.

Quando il giudice disse che le domande erano perfettamente legittime, la risposta di Berlusconi infine arrivò, sia pure nello spazio protetto di un libro firmato dal suo notaio di fiducia, e pubblicato dalla casa editrice di sua proprietà. D’Avanzo spiegò che al di la’ del merito, questa era la prova del limite dentro il quale il Premier era costretto a muoversi, non essendo libero di accettare un confronto aperto nello spazio libero di un’intervista con contraddittorio.

Aveva altri progetti, era pronto a scavare in altre direzioni. Non ne ha avuto il tempo. E a noi resta un metodo di lavoro e una concezione del mestiere che ha segnato la piccola storia di un giornale, e a cui vogliamo restare fedeli, ricordando le parole dell’ultimo saluto a Peppe, nove anni fa: non finisce qui.

Fonte: Repubblica

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