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Dalla metà del diciannovesimo secolo fino al termine della prima guerra mondiale le potenze coloniali costrinsero il  debole imperatore di Pechino ad aprire il paese ai faccendieri occidentali e persino a cedere territori, come Hong Kong, Macao o Quingdao. Il cosiddetto “secolo dell’umiliazione” è profondamente impresso nella memoria storica dei cinesi – e l’atteggiamento arrogante e addirittura aggressivo della Cina di oggi trova origine anche in quel periodo.

Ormai la Cina è a sua volta una potenza mondiale attiva sotto il profilo economico in ogni parte del mondo e impone soprattutto ai paesi più poveri contratti che definire “iniqui” è un eufemismo. 

Un team di ricerca con la partecipazione del Kiel Institute for the World economy (IfW) ha svelato che la Cina ha stipulato con decine di paesi in via di sviluppo contratti che ne limitano la sovranità, assoggettandoli. 

Gli economisti sono riusciti a reperire 100 contratti di prestito ‘segreti’ stipulati dalla Cina con 24 paesi in via di sviluppo per un volume di 36,6 miliardi di dollari e, analizzandoli, hanno scoperto che i cinesi vi inseriscono clausole mirate a sottomettere politicamente gli Stati, riducendoli alla sua mercé – con tanto di impegno alla segretezza. 

Negli anni scorsi la Cina è diventata il maggior erogatore di finanziamenti a molti paesi in via di sviluppo ed emergenti. Stando ai calcoli dell’Università di Boston  tra il 2008 e il 2019 Pechino ha dato a questi Sstati prestiti per quasi 500 miliardi di dollari, ponendosi come creditore quasi a livello della Banca mondiale. Tra i maggiori beneficiari dei prestiti cinesi figurano paesi come il Pakistan, il Venezuela o l’Angola.  

E qui sorge il primo problema: nessuno conosce esattamente l’ammontare dei prestiti, perché a differenza dei prestatori tradizionali la Cina non comunica data, beneficiario e importo dei crediti che eroga, anzi, “Le banche statali cinesi proibiscono esplicitamente di comunicare tali dati” spiega Christoph Trebesch professore dell’ IfW di Kiel. 

Clausole inique e insolite

 

Tutto questo è emerso dall’analisi di 100 contratti che Trebesch ha faticosamente reperito assieme ai colleghi di AidData, del Center for global Development e del Peterson Institute for International Economics. In massima parte provengono dalla Banca di sviluppo CDB e dalla Eximbank cinesi e sono stati confrontati con 142 contratti pubblicati da prestatori tradizionali, banche, Stati o istituzioni internazionali. 

“I contratti cinesi contengono clausole che vietano al beneficiario del credito di rendere pubbliche le condizioni e talvolta persino la semplice esistenza dei contratto” spiega Trebesch. Vale per la quasi totalità dei contratti stipulati da prestatori cinesi, mentre nei contratti di altri prestatori clausole del genere sono molto rare. 

A sorprendere Trebesch in particolare sono le condizioni che consentono alla controparte cinese di  rescindere i contratti. Nei contratti di prestiti erogati dalla CDB ad esempio, la rottura dei rapporti diplomatici con la Cina è considerata alla stregua di insolvenza e inadempienza contrattuale. Anche i cambiamenti nelle politiche dei paesi beneficiari del credito possono portare a una rescissione del contratto, costringendo il governo indebitato a saldare immediatamente l’intero importo del prestito. 

Già questo spingerà alla cautela molti leader, ma non basta: alcuni contratti contengono una clausola in base alla quale è consentita la rescissione unilaterale del contratto persino nel caso in cui si verifichino cambiamenti politici in Cina. “In fin dei conti significa che la Cina può interrompere in qualsiasi momento ad hoc il contratto di prestito”, dice Trebesch. 

In questo modo il paese beneficiario del credito è totalmente alla mercé della Cina. Anche se rispetta tutte le condizioni e paga puntualmente le rate, Pechino può esigere il rimborso immediato del prestito semplicemente schioccando le dita – e lo Stato in oggetto diventa una pedina in mano cinese. Al minimo accenno di insubordinazione rischia la catastrofe finanziaria. 

Attraverso i contratti di prestito la Cina influenza quindi chiaramente la condotta politica. Ma al contempo cerca di proteggere i suoi investimenti estromettendo altri prestatori.

La maggior parte dei contratti contiene la clausola “No club di Parigi” 

 

Innanzitutto il 30 per cento dei contratti analizzati esigono che gli Stati beneficiari del prestito versino depositi di garanzia su speciali conti fiduciari. Se viene finanziato un progetto concreto, gli introiti relativi devono essere versati su tale conto – spesso presso una banca statale cinese. “Una parte consistente dei redditi di uno Stato è sottratta quindi al controllo del governo locale” spiega Trebesch. E naturalmente la banca cinese in caso di fallimento può confiscare i depositi. 

Così in caso di default di uno Stato Pechino si avvantaggia rispetto ad altri prestatori che fanno scarso ricorso a questi depositi di garanzia. Ma la Cina tutela i suoi crediti anche in un altro modo: “Circa tre quarti dei contratti da noi analizzati contiene l’esplicita clausola “No Club di Parigi”, spiega Trebesch. 

Il Club di Parigi è un organo  informale di paesi creditori che si riunisce ogni volta che un paese ha difficoltà di pagamento per cercare di arrivare a una parziale cancellazione e ristrutturazione del debito. La Cina impone però esplicitamente nei suoi contratti ai beneficiari del prestito di non ricorrervi. 

In altri termini: se un paese non riesce più a far fronte ai propri debiti può chiederne la cancellazione ad altri prestatori, ma non alla Cina. Pechino vuole precedere tutti gli altri nella gerarchia della restituzione e ottenere l’intera somma, anche se altri sono disponibili a una ristrutturazione del debito, con un maggiore aggravio per questi ultimi. 

Contratti politici che nessuna banca stipulerebbe 

 

E da tempo non è più solo una teoria. “Certi paesi in via di sviluppo oggi hanno difficoltà a onorare i debiti internazionali”, dice Brad Parks di AidData. “I prestatori non cinesi però sono sempre più riluttanti a rinegoziare le condizioni se non sono certi di essere effettivamente al vertice della gerarchia di rimborso e di conoscere in dettaglio i crediti cinesi”. 

Per Trebesch è quindi indispensabile che la Cina renda pubblici i propri contratti di prestito. Solo in questo modo è possibile valutare in termini reali la solvibilità di molti paesi e i cittadini degli Stati interessati possono controllare quali contratti sottoscrivono i governi a loro nome. 

“Il debito pubblico deve essere pubblico” dice Trebesch che però esorta anche gli Stati occidentali a dare il buon esempio. Infatti questi ultimi dichiarano sì gli importi dei crediti bilaterali erogati, ma rendono altrettanto poco accessibili i dettagli dei relativi contatti. 

Secondo Trebesch l’analisi condotta mostra che i contratti cinesi “non sono i contratti classici che stipulerebbe una banca”. Hanno piuttosto un contenuto politico e il fatto che siano redatti da istituti apparentemente autonomi non dovrebbe ingannare. 
(Copyright Die Welt/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Emilia Benghi)

Fonte: Repubblica

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