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PECHINO. Mamma, vado a fare lo statale. Tra costi della vita alle stelle, un settore privato dove la pressione e gli orari sono diventati sempre più insopportabili e le incertezze legate alla pandemia, sempre più laureati aspirano ormai al posto fisso. 

In Cina sta tornando la cara vecchia e rassicurante “tiefanwan”, la ciotola di riso di ferro: quella che negli anni precedenti le riforme era garantita dal socialismo a tutti i cinesi e che oggi vuol dire sicurezza del posto di lavoro a vita, reddito e benefici più stabili, anche se con un futuro decisamente prevedibile. 

Per un posto nei ministeri o nelle altre agenzie statali del Dragone, lo scorso anno si sono presentati agli esami 1 milione e 576mila aspiranti burocrati. Posti disponibili: 25.726. Uno su 61 ce la fa. 

A trainare questa nuova “febbre” da impiegati statali sono sempre più i giovani neo laureati: in un recente sondaggio, l’11,4% ha dichiarato di sperare di finire dietro una scrivania al ministero. Rispetto allo scorso anno la percentuale è raddoppiata. E quelli che sognano un impiego in un’azienda statale sono cresciuti dal 36 al 42,5%. 

E’ quella che qui gli studiosi chiamano la mentalità shang’an: letteralmente “andare a riva”, espressione che descrive il desiderio crescente tra i giovani di accettare posti di lavoro nel settore pubblico. Che poi è esattamente l’opposto di quello che fece la generazione dei loro genitori e cioè xiahai, “scendere al mare”: quel movimento nato durante l’era delle aperture e delle riforme alla fine degli anni Settanta quando in massa in molti abbandonarono i loro comodi lavori da impiegati statali per diventare imprenditori ed esplorare quel nuovo mare di opportunità di un business che si stava affacciando nel Paese. Forse, però, oggi di acqua dove immergersi per i giovani cinesi non ce n’è più abbastanza. 

Fonte: Repubblica

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