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Quasi un secolo ad alta tecnologia. L’Aeronautica militare celebrerà nel 2023 i primi cento anni di vita e il generale Alberto Rosso si prepara a lasciarne il comando, dopo averla guidata attraverso le nubi della pandemia: “Siamo stati coinvolti prima che arrivasse in Italia, con i trasporti dalla Cina e dal Giappone. Quando è scoppiato il Covid avevamo un solo modello di velivolo e in grado di ospitare un singolo paziente in biocontenimento. Poi siamo riusciti ad allestire altri aerei ed elicotteri, incrementando le capacità e certificandole nel rispetto degli standard di sicurezza, tanto che in centinaia di voli non è stato registrato neppure un caso di contagio. E’ un successo straordinario, merito dell’impegno di donne e uomini dei nostri reparti: hanno dato una prova eccezionale.

Durante tutta la pandemia hanno permesso di proseguire l’attività dell’Aeronautica in ogni settore, dall’addestramento alla difesa aerea, con uno sforzo enorme perché bisognava mantenere sempre squadre di riserva pronte a intervenire nel caso che il virus avesse colpito una delle strutture. Ma il nostro è sempre un lavoro di squadra. L’ho compreso agli inizi della mia carriera, quando ero un pilota degli intercettori e c’erano sempre due caccia pronti al decollo su allarme. In questi turni di ventiquattro ore piloti e tecnici vivevano insieme, nella stesse camerate o nelle tende quando venivamo rischierati sulle basi del Sud: ognuno metteva la vita nelle mani dell’altro”.

184542736 5aea4900 56bb 4629 9ac5 a1d401e63cbc - "Connettività e realtà virtuale, così l'aeronautica militare entra nel futuro"


Quei decolli su allarme, gli scramble, erano terminati con la fine della Guerra Fredda. Adesso invece sono tornati ad essere frequenti: i caccia dell’Aeronautica in missione nel Baltico per conto della Nato spesso si alzano per controllare aerei russi…

“E’ un’attività delicata, un momento molto speciale nella vita di un pilota. I nostri reparti sono chiamati a compierla nei Paesi Baltici, in Islanda ma anche in Kuwait, nella missione internazionale contro l’Isis, e la loro professionalità ha ottenuto il pieno riconoscimento della Nato”.

Lei ha cominciato pilotando i celebri F-104 Starfighter, i primi caccia a velocità bisonica ma con radar primordiali, mentre oggi l’Aeronautica gestisce i più avanzati sistemi di intelligenza artificiale.
“Gli F-35 e i velivoli da sorveglianza elettronica Caew rappresentano la massima evoluzione nel campo dell’intelligenza artificiale. Siamo obbligati ad anticipare quello che ci sarà nel futuro: è parte del nostro Dna, siamo obbligati a guardare al domani dove lo sviluppo tecnologico cresce a ritmo esponenziale. Ma noi non integriamo queste macchine nella nostra organizzazione, bensì la stiamo interamente trasformando intorno alla tecnologia che ci offrono”.

E quale sarà l’elemento decisivo nell’innovazione?
“La vera sfida è la connettività: fondere aerei e sensori in un’unica rete in cui tutti scambiano dati in tempo reale. Già oggi quello che registrano gli apparati di un F-35 o di un drone Reaper viene condiviso con le centrali di controllo, con gli altri velivoli, con i soldati a terra o con una nave. L’aviazione è l’unica forza strategica in tutti gli spazi o, come si dice oggi, multidominio”.

Connettività e intelligenza artificiale vi permettono anche di creare un addestramento digitale.
“Usiamo la realtà virtuale, facendo interagire simulatori e aerei in volo. Questo ci permette di preparare uomini e donne ad affrontare qualsiasi scenario, cosa che non si può concretizzare nelle esercitazioni tradizionali. E c’è un altro fattore: le capacità elettroniche dei nostri mezzi più avanzati, come l’F-35 o l’Eurofighter, sono top secret e non possiamo usarle pienamente senza rischiare che vengano analizzate dagli avversari. Con queste forme di addestramento digitale invece non abbiamo limiti. Senza dimenticare che così si dimezzano i costi del carburante e le emissioni nell’ambiente”.

Adesso state lavorando su un nuovo progetto, il Tempest, concepito per agire in simbiosi con squadriglie di droni…
“Il Tempest sarà molto di più: un sistema di sistemi, basato su un’intelligenza distribuita. E’ un programma aperto a quello che l’innovazione può offrirci nei prossimi venti anni: un approccio completamente nuovo, dove bisogna guardare con umiltà allo sviluppo delle tecnologie. Non escludiamo che il Tempest possa volare con un pilota oppure farne a meno in alcune missioni ad alto rischio”.

Un aereo e un drone allo stesso tempo. Quanto ai droni, la decisione di dotarli di armamenti ha aperto una discussione nel Paese…
“Ma non cambia nulla! Come ha spiegato il ministro Guerini alle Camere, aumenta solo la distanza a cui potremo operare, perché non si tratta di robot totalmente autonomi: ci sono sempre due persone ai comandi che li guidano e prendono le decisioni. Un ordigno su un aeroplano o su un drone ha lo stesso controllo e la stessa sicurezza: dire cose diverse è ipocrisia. Proprio perché si lavora a distanza, garanzie e verifiche sono superiori: l’unica differenza è che non si rischia la vita dei piloti. Ormai nel Mediterraneo tutti utilizzano droni armati: li hanno usati entrambi i contendenti nel conflitto libico, li hanno gli altri Paesi della Nato e addirittura la Turchia li produce. Persino i terroristi dell’Isis hanno droni bombardieri”.    

L’ultima frontiera su cui state investendo ha un nome da fantascienza: le piattaforme stratosferiche. I primi disegni assomigliano molto alle astronavi. Cosa sono realmente?
“Io li chiamo scherzosamente “i satelliti dei poveri”. Sono velivoli concettualmente simili ai dirigibili, destinati a volare sopra i ventimila metri di quota per lunghissimi periodi. Avranno probabilmente propulsori elettrici, con un’autonomia di giorni o forse mesi, in una posizione quasi stazionaria. Ci permetteranno di sostituire aerei e satelliti, migliorando la connettività e lo scambio dati, garantendo le comunicazioni su interi continenti, e di condurre una sorveglianza elettronica su spazi altrettanto vasti. Ipotizziamo che ne basteranno due per coprire tutta l’aerea di interesse nazionale. E rispetto ai satelliti possiamo farli atterrare, ripararli, aggiornarli con nuovi sensori e dopo farli ripartire”.

E’ un salto nel futuro. Ma anche il campo delle nuove sfide: proprio ieri è stato reso noto il test di un sistema missilistico ipersonico cinese che si muove a quell’altezza…
“Sotto i 100 chilometri di altezza siamo ancora nell’aerospazio e questa diventerà una nuova aerea di responsabilità dell’Aeronautica, perché un domani potranno esserci mezzi che volano a 60-70 chilometri di quota con velocità ipersoniche, cioè molte volte superiori a quella del suono. Questo ci imporrà di crescere moltissimo. Pensiamo alla difesa aerea: dovrò sorvegliare questa fascia, identificare gli oggetti, seguirli e poi avere gli strumenti per intervenire. Non possiamo farci prendere impreparati. Agli antipodi, lo stesso scenario riguarda i mini-droni che viaggiano a bassissime quote: noi dobbiamo garantire che lo spazio aereo sia ovunque libero e sicuro”.

Proprio per questo l’Aeronautica partecipa con i suoi specialisti ai test della navetta “Virgin Galactic” negli Stati Uniti?
“Non è turismo spaziale, ma parte delle ricerche: a bordo compiremo un serie di esperimenti. Sono programmi intorno a cui si raccolgo le istituzioni scientifiche italiane e le aziende che producono tecnologia. L’approccio allo spazio può imporre una crescita dinamica su tanti fronti, anche nella commercializzazione e nel coinvolgimento delle imprese private. E’ un modello in cui crediamo, vogliamo essere parte di una space economy mettendo insieme gli enti di ricerca e una serie di aziende piccole e medie o di start up con nicchie di eccellenza che spesso sono più conosciute all’estero che in Italia”.

L’Aeronautica potenzia le tecnologie ma ha sempre meno aerei…
“Sono decisioni prese quando lo scenario internazionale non era caratterizzato dalle tensioni che stiamo vivendo adesso. Altre nazioni hanno già cambiato approccio e puntano ad affiancare aerei hi-tech ad altri meno evoluti. Ad esempio gli Stati Uniti, che hanno ripreso la produzione degli F-15, progettati negli anni Settanta, che opereranno assieme agli F-35 di gran lunga più sofisticati. Quanto all’Italia, quest’anno usciranno dal servizio praticamente tutti i cacciabombardieri Amx, mentre i rimanenti 40 Tornado volano da 45 anni. Oggi possiamo contare su 96 Eurofighter e sugli F-35: ne abbiamo 14 e le consegne avvengono lentamente. I piani prevedono che 75 F-35 sostituiscano 236 caccia: in tutto così avremo 150 velivoli. Mi permetta di dire che sono molto preoccupato, perché la quantità in questo campo è già una qualità: la tecnologica sotto una massa critica non esprime capacità”.

Dopo 43 anni di servizio tra poche settimane lei lascerà l’Aeronautica. Cosa l’attende?
“Potrò finalmente dedicarmi solo alla passione del volo. Mi aspetta un Texan, un monomotore del 1944 che è stato completamente restaurato: pilotarlo è un’emozione straordinaria”.   

Fonte: Repubblica

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