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GERUSALEMME – A due mesi dalle aperture, Israele fa un passo indietro. Nelle ultime settimane i contagi sono aumentati drasticamente, superando anche i picchi raggiunti nel periodo del lockdown. Nella giornata di ieri si sono registrati 806 nuovi casi, ma l’elemento preoccupante è il raddoppio dei casi gravi nell’arco di una settimana, giunti oggi a 86, mentre il numero dei pazienti intubati rimane stabile, 27. I morti totali dall’inizio della crisi sono 331.

L’allarme è stato lanciato anche dal professor Eli Waxman, fisico dell’Istituto Weizmann, a capo di uno dei team di esperti che hanno coadiuvato il governo durante la crisi. E’ uno dei consiglieri più ascoltati da Netanyahu perché le sue previsioni sono state le più precise sin dagli inizi della pandemia. Secondo Waxman, se oggi stesso non si prendono delle misure restrittive, nel giro di tre settimane ci saranno in Israele 300 malati gravi con il rischio di sovraccarico delle terapie intensive.

Il “gabinetto Corona” ha varato quindi un dietrofront in particolare sugli assembramenti in luoghi chiusi, che da lunedì saranno limitati a 50 persone massimo. Solo tre settimane fa il governo aveva autorizzato assembramenti fino a 250 persone, per la gioia anche di 25 mila coppie in attesa di celebrare il matrimonio che ora dovranno nuovamente riconsiderare il da farsi.

Anche per i luoghi di culto e di intrattenimento vige il limite di 50 persone. Il governo deve ancora decidere se restringere a 20 il numero di persone consentite in un ristorante e limitare l’accesso alle spiagge, come richiede il Ministero della Salute.

La speranza è che si riesca a riappiattire la curva in modo da non dover considerare una nuova chiusura totale del Paese. “Non sono a favore di un nuovo lockdown, la situazione non è paragonabile con quella di aprile”, dice a Repubblica il professor Nadav Davidovitch, direttore della Scuola di Salute Pubblica dell’Università Ben Gurion e anche lui tra i consulenti del governo.

“L’incremento dei contagi è da inquadrare anche nell’ambito del drastico aumento di tamponi effettuati ogni giorno”. Per fare un paragone: all’apice della pandemia ad aprile sono stati effettuati 31,117 tamponi, con una percentuale di positivi del 14,7%. La settimana scorsa ne sono stati effettuati 98,116, che hanno rilevato una percentuale di contagiati più bassa, solo intorno al 4%.

“E’ chiaro che dobbiamo imparare a convivere con il virus e il lockdown di marzo-aprile ci ha dato gli strumenti per capire come affrontare la malattia, che ora sappiamo curare meglio, e soprattutto c’è molta più consapevolezza tra la popolazione vulnerabile su come proteggersi”.

Anche nell’Autorità Nazionale Palestinese vi è un drammatico aumento dei contagi, con 472 nuovi casi nelle ultime 24 ore e 4722 casi attivi. I morti dall’inizio della pandemia sono 20, di cui uno soltanto nella Striscia di Gaza. L’epicentro è Hebron, dove si registrano più della metà dei casi.

Il governatore di Hebron, Jabarin al-Bakri, ha spiegato che una delle cause del focolaio è l’interazione con la popolazione israeliana: “Ci sono 50 mila palestinesi che ogni giorno vanno in Israele a lavorare e oltre 270 mila beduini del Negev che vengono qui con regolarità”. Venerdì è stato dichiarato un lockdown generale in Cisgiordania (aperti solo farmacie, panifici e supermercati) fino a mercoledì, ma potrebbe essere ulteriormente prolungato.
 

Fonte: Repubblica

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