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corte suprema usa trump consegni le sue dichiarazioni fiscali ma dopo il voto - Corte Suprema Usa: Trump consegni le sue dichiarazioni fiscali, ma dopo il voto

Donald Trump non potrà bloccare le inchieste della magistratura newyorchese sui suoi segreti fiscali e finanziari. Lo ha deciso ieri la Corte suprema degli Stati Uniti che, esprimendosi per la prima volta sulla questione incandescente delle tasse di Trump, ha posto nuovi limiti al potere presidenziale, paragonabili a quelli imposti nel 1974 quando Richard Nixon fu costretto a consegnare le registrazioni del Watergate.

La decisione di ieri è stata presa con sette voti a favore e due contrari. A sorpresa è stato lo stesso presidente della Corte, John Roberts, insieme ad altri due giudici conservatori, anch’essi di nomina trumpiana, a schierarsi con il liberal contro l'”immunità assoluta” del presidente e contro i tentativi della Casa Bianca di impedire le indagini giudiziari.

D’altra parte, sempre con sette voti a favore e due contrari, la Corte suprema ha anche stabilito che, almeno per ora, la Camera dei rappresentanti (a maggioranza democratica) non potrà avere accesso ai documenti fiscali di Trump. Una parziale vittoria, questa, per il presidente: significa infatti che i segreti contenuti in otto anni di documenti fiscali non emergeranno prima delle elezioni di novembre.

Le polemiche sulle tasse hanno sempre accompagnato la parabola politica di Trump e hanno rappresentato un elemento di discontinuità rispetto alle tradizioni americane. Da Jimmy Carter in poi, tutti i presidenti erano sempre stati molto trasparenti sui loro rapporti con il fisco. Anche i candidati alla Casa Bianca sono pronti a mostrare le loro dichiarazioni dei redditi: Joe Biden, ad esempio, ha ammesso di aver incassato con la moglie Jill 15 milioni di dollari grazie ai discorsi e a pubblicazioni. Ma Trump ha rotto con questa abitudine. D

urante la prima campagna elettorale aveva promesso di rendere pubbliche le sue dichiarazioni alla conclusione di alcuni controlli in corso da parte della Irs, l’agenzia americana delle entrate. Ma non lp ha fatto. Anzi: ha sguinzagliato i suoi avvocati per bloccare ogni tentativo politico o giudiziario di accedere ai suoi files fiscali.

Perché tanta ostinazione? Che cosa nascondono quei documenti? Forse la prova che è molto meno ricco di quel che si vanta? O forse di operazioni contabili scorrette per pagare meno imposte, come ha dichiarato il suo ex-avvocato personale, Michael Cohen? O forse anche la dipendenza finanziaria della sua azienda, la Trump Organization, da investitori russi vicini al Cremlino?

Di sicuro, il procuratore generale di New York Cyrus Vance, figlio dell’ex-segretario di Stato ai tempi di Carter, chiede accesso alle tasse per un motivo molto specifico: vuole sapere se nelle pieghe dei bilanci della società si nascondano pagamenti illegali per tacitare sia l’ex-attrice porno Stormy Daniels, con cui il presidente avrebbe avuto dei rapporti, sia l’ex-modella di Playboy Karen McDougal.

La procura di New York aveva chiesto i documenti ai fiscalisti di Trump della società Mazars Usa. Trump si era opposto, sbandierando le norme secondo cui nessun presidente americano, fintanto che è in carica, può essere processato se non dal Congresso. Dopo una serie di sentenze di vario grado, la questione è finita alla Corte suprema che ha dato torto alla Casa Bianca, stabilendo che il presidente non gode affatto di una immunità assoluta e ribadendo che la costituzione americana si basa sulla separazione dei poteri. Il procuratore Cyrus Vance ha subito parlato di “vittoria straordinaria”, mentre Trump ha sfogato la sua rabbia su Twitter: “Contro di me una persecuzione politica”.

Fonte: Repubblica

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