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Ancora non esiste, ha un nome impronunciabile, eppure è già l’oggetto del desiderio, venduto in milioni di dosi. Ufficialmente si chiama molnupiravir, ma per tutti è “la pillola della Merck”. Promette a chi si è infettato di combattere i sintomi del Covid inghiottendola con un sorso d’acqua. Ma la realtà non è così semplice. 

Un farmaco solo potenziale

Il primo problema è che molnupiravir ancora non c’è: al momento nessuna autorità farmaceutica l’ha approvata. Quel che abbiamo è un comunicato dell’azienda (nota in Italia come Msd), che il primo ottobre ha annunciato i risultati delle sperimentazioni: tanto buone da dover essere chiuse in anticipo. Fra i pazienti ad alto rischio che hanno preso due pillole al giorno per 5 giorni, il 50% rispetto al placebo, ha evitato il ricovero e nessuno è morto.  

Nel mondo è subito scattata la corsa per comprare un farmaco per ora solo potenziale, ma il cui costo è reale. Gli Usa, primi al traguardo, a giugno hanno firmato un contratto da 1,2 milioni di dollari per 1,7 milioni di cicli: 700 dollari a trattamento (10 pillole). Australia, Nuova Zelanda, Singapore, Corea del Sud, Malesia, Giappone e, questa settimana, Gran Bretagna hanno fatto altrettanto. Merck, con una capacità produttiva di 10 milioni di cicli per quest’anno, difficilmente riuscirà a soddisfare tutti, né senza concorrenza farà troppi sconti, nonostante uno studio dell’università di Harvard abbia stimato il costo di produzione in 17,7 dollari.  

L’Italia arriverà in ritardo

E noi? Come per i vaccini, l’Italia si affida all’acquisto congiunto da parte della Commissione Europea. E come per i vaccini arriverà in ritardo, ma con tutti i pareri delle autorità regolatorie in mano. Solo la Germania, il 6 ottobre, ha minacciato di rompere il fronte comune, annunciando per bocca del suo ministro della Salute Jens Spahn di voler procedere a un acquisto autonomo. E’ improbabile però che dia seguito alla proposta. 

Inizieremo a trattare con Merck solo dopo che l’azienda avvierà il processo di approvazione da parte dell’Ema (l’Agenzia europea per i medicinali) ha spiegato il 13 ottobre un portavoce dell’Unione. Questo processo, ha annunciato giovedì l’Ema, inizierà dal 25 ottobre. Ma potrebbe durare più del previsto. Finora infatti non si è parlato di effetti collaterali. Merck ha presentato i risultati della sperimentazione il primo ottobre con un comunicato stampa tagliando corto: “L’incidenza di eventi avversi è stata simile nel gruppo che ha avuto molnupiravir rispetto a chi ha avuto il placebo”. 

Difficilmente però basterà questa frase per ottenere l’approvazione. L’Fda americana ha già annunciato che prenderà tempo. L’autorizzazione all’uso, chiesta dalla Merck l’11 ottobre, non arriverà prima di dicembre, fa sapere la Food and Drug Administration. L’Ema lavorerà gomito a gomito con i colleghi statunitensi per fugare un dubbio che appare remoto, ma che dovrà essere analizzato in modo approfondito. 

Come funziona

Molnupiravir infatti agisce causando interferenze nell’Rna del coronavirus. Crea mutazioni nel genoma di Sars-Cov2, inceppandone la replicazione. Il meccanismo si chiama mutagenesi, e il dubbio è: potrebbe fare lo stesso anche con il Dna dell’uomo, facendo aumentare il rischio di cancro? “Tutte le molecole, prima di diventare farmaci, vengono sottoposte a test in vitro per verificare il pericolo di mutagenesi” spiega Francesco Scaglione, microbiologo dell’università di Milano e dell’ospedale Niguarda. “Molecole che funzionano come molnupiravir hanno mostrato questo problema e sono state scartate. Molnupiravir invece è risultato sicuro”. 

I rischi

Dalle sperimentazioni sull’uomo, per cautela, Merck ha comunque escluso i volontari che stavano tentando di concepire. La rivista Nature in un articolo dell’8 ottobre ha citato il rischio: “Il potenziale mutagenico solleva dubbi di sicurezza secondo alcuni ricercatori”. Merck ribadisce che non esistono pericoli, ma è chiaro che le agenzie regolatorie, su questo punto, non si accontenteranno di un comunicato stampa. 

L’arrivo di molnupiravir intanto è atteso dai no vax. L’immunologo Anthony Fauci negli Usa si è affrettato a dichiarare: “Abbiamo a che fare con un farmaco straordinario, ma che non deve farci abbandonare le vaccinazioni”. Né il nome della pillola – al di là della sua difficoltà – pare dei più felici. E’ certo un elemento irrilevante di fronte alla possibilità di curare il Covid, ma quel “Mjolnir” che ha ispirato la Merck è il martello di Thor, simbolo di gruppi di estrema destra, tatuato fra l’altro sul petto dello “sciamano” protagonista dell’assalto a Capitol Hill a Washington lo scorso 6 gennaio.  

Un privilegio per pochi ricchi

Miti nordici a parte, qualora molnupiravir superasse il vaglio delle autorità, avrebbe ancora vari ostacoli di fronte a sé per arrivare ai paesi poveri. Merck ha assicurato prezzi calmierati per le nazioni a basso reddito e ha concesso la licenza per produrre una versione generica a 8 aziende, la maggior parte in India. La produzione stimata sarà raddoppiata nel 2022, arrivando a 20 milioni. Ma se abbiamo avuto problemi di equità con vaccini, che entro la fine dell’anno saranno prodotti in 12,5  miliardi di dosi, probabilmente accadrà lo stesso anche con la pillola antivirale. La fondazione Gates ha promesso 120 milioni di dollari per portare il trattamento anche a chi non può pagare 700 dollari. E’ verosimile però che solo pochissimi pazienti, anche nei paesi ricchi, avranno il privilegio di mandar giù la pillola contro il Covid con un sorso d’acqua. 

Fonte: Repubblica

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