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233712949 40febeb0 81f5 4d7b 81bb 91f0ebd2faec - Covid, il "mistero" di Parigi: così la Ville Lumière sta reggendo alla seconda ondata

PARIGI – E’ un piccolo mistero che gli esperti scrutano da vicino. A settembre la capitale si preparava al peggio con l’avanzare della seconda ondata dell’epidemia. Parigi, una delle città con la più alta densità di abitanti d’Europa, luogo ideale per la circolazione del virus, era di nuovo classificata zona rossa nei bollettini sanitari. Negli ospedali il personale medico era pronto a rivivere la trincea della primavera scorsa. E invece a sorpresa – una bella sorpresa – nella Ville Lumière la curva è salita molto meno del previsto e soprattutto è crollata in modo più netto che altrove. Tra la fine di giugno e la metà di ottobre, il numero di persone positive è salito da 6 ogni 100mila abitanti a più di 600 ogni 100mila. Ma poi è sceso a 95 per 100mila secondo l’ultimo bollettino dell’Asl regionale. Il tasso di incidenza è stato ridotto di quasi quattro volte in meno di un mese. Il numero di pazienti di Covid ricoverati in terapia intensiva a Parigi non ha superato i 330, la metà di quelli della prima ondata. E la regione Ile-de-France è oggi una delle quindici meno colpite di tutto il paese. 

All’inizio qualche studioso ha ipotizzato un principio di immunità collettiva visto che la capitale era già stata colpita in modo forte tra marzo e maggio, ma il confronto con altre metropoli – vedi Milano – non sembra confermare. Altri hanno pensato che il crollo dei contagi fosse un problema statistico dovuto allo sviluppo dei test antigenici, inizialmente non contati nei dati totali, ma ora sono stati per buona parte inseriti e la tendenza non cambia. Sicuramente hanno pesato le varie restrizioni adottate a ottobre: la chiusura di bar e ristoranti, il coprifuoco e poi il lockdown. Ma queste restrizioni sono state applicate anche in altre grandi città dove l’andamento dell’epidemia è stato molto diverso. 

Il “miracolo” della Ville Lumière forse non è tale. E per capire meglio cos’è successo bisogna incontrare un epidemiologo che ha combattuto il colera ad Haiti e Ebola in Africa. Renaud Piarroux, 60 anni, ha organizzato il programma Covisan che nelle ultime settimane è riuscito a testare, tracciare, isolare migliaia di parigini. Un lavoro meticoloso fatto attraverso centri sparsi per tutta la città ma anche squadre mobili che si spostano direttamente a casa dei cittadini positivi. 

La parola chiave è “fiducia”. “Abbiamo cercato di sviluppare un approccio personalizzato per ogni caso”, spiega Piarroux che non ama neanche la parola “isolare”. Nel programma Covisan l’autoisolamento viene infatti declinato con consigli molto pratici per evitare la trasmissione del contagio a parenti ed amici, dalle misure di igiene, al buon uso del distanziamento e delle mascherine. Tutto il percorso, dal momento del test positivo all’uscita dalla quarantena, viene accompagnato da telefonate e visite periodiche. L’obiettivo è quello di offrire soluzioni su misura e praticabili. Una rigorosa quarantena non è un buon consiglio se non viene rispettata. “A volte meglio dell’isolamento è spiegare alle persone come evitare che infettino gli altri”. E il professore Piarroux è l’esempio che può funzionare: si è ammalato di Covid durante l’estate ma sua moglie non è stata infettata. 

Piarroux ha avuto l’idea di Covisan dopo aver vissuto in prima linea la débâcle della prima ondata che racconta nel libro “La Vague”, l’Onda, appena pubblicato. Epidemiologo nel policlinico Pitié-Salpêtrière, uno dei più grandi del paese, ha osservato quasi impotente il flop delle autorità nello spezzare le catene di infezione e nell’organizzare il contact tracking. Piarroux ricorda come, durante la primavera scorsa, ai malati che non erano in pericolo di vita le autorità consigliavano di rimanere a casa, di non fare esami e di non vedere un medico. “Il risultato è stato che il 95 per cento degli infetti è stato lasciato a se stesso, un’assurdità se si vuole evitare il diffondersi di un’epidemia” osserva Piarroux. Quando a settembre il governo ha lanciato la massiccia campagna di tamponi, saliti oltre un milione a settimana, le cose non sono andate meglio. Il fatto che i test fossero gratuiti e senza prescrizione nei laboratori ha creato un’illusione di controllo dell’epidemia, oltre che un gigantesco ingorgo con ritardi nei risultati fino a due settimane. La sorveglianza medica non era assidua e il lavoro di contact tracking arriva sempre troppo tardi. 

E’ così che Piarroux ha suggerito di creare le squadre mobili di Covisan con il sostegno di ospedali, medici, sindaci e autorità locali. L’epidemiologo spiega di aver applicato quello che ha imparato nelle tante battaglie sanitarie condotte in giro per il mondo: non si vince se non si coinvolge la popolazione. L’approccio di Covisan è risalire i contatti e interessarsi soprattutto a chi non ha sintomi e non è ancora positivo al tampone. “Nei primi giorni, quando una persona infetta non sospetta ancora nulla, diffonde maggiormente il virus. Bisogna quindi rompere immediatamente le catene dell’infezione”. Negli ultimi tre mesi sono stati diagnosticati, curati e consigliati circa 40mila pazienti Covid. E’ stato un lavoro minuzioso. Non sono grandi numeri ma alla fine hanno fatto la differenza. “Se è anche solo possibile evitare il 5-10% delle trasmissioni e rompere le catene di contagio, dopo tre mesi la curva dell’epidemia è diversa”. 

Piarroux sogna di estendere Covisan a tutta la Francia, con la ricerca precoce dei contatti e regole di comportamento su misura per ogni singola persona infetta. “Invece di imporre le stesse regole ovunque, dovremmo adattarci ai singoli casi. Solo allora le persone accetteranno e rispetteranno le regole”. La sindaca di Parigi, Anne Hidalgo, ha già fatto di Covisan un simbolo di eccellenza nella lotta contro il virus. E il comune sta pensando di organizzare un proprio comitato scientifico per non ripetere errori del passato.

Fonte: Repubblica

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