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All’inizio della pandemia sono stati i più veloci – e i più bravi – a contenere il virus. Ora, che il mondo ha ricominciato a vedere un pizzico di normalità grazie ai vaccini, la situazione si è capovolta e sono tra gli ultimi della lista tra i Paesi sviluppati per quanto riguarda le dosi somministrate ai propri cittadini. Lo scorso anno Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda avevano stupito tutti per la loro rapidità ed efficacia grazie a test a tappeto, lockdown tempestivi e isolamento dei positivi. Sulle campagne di immunizzazione, invece, qualcosa non va. O, meglio, va a rilento.

Se gli Stati Uniti hanno già vaccinato quasi un quarto della popolazione e la Gran Bretagna ha già garantito a metà dei cittadini almeno la prima dose, Australia e Corea del Sud sono sotto il 3 per cento, mentre Giappone e Nuova Zelanda non arrivano nemmeno all’1% con la prima dose. Perché?

“Il successo nel controllare la pandemia ha ridotto la motivazione e lo sforzo di mettere in piedi una rapida campagna di immunizzazione”, ha spiegato al New York Times Robert Booy, esperto di malattie infettive e vaccini dell’Università di Sydney, in Australia. A Tokyo, ad esempio, hanno iniziato a vaccinare gli over 65 solamente dalla scorsa settimana mentre la Corea, dopo aver annunciato che avrebbe raggiunto l’obiettivo di un milione di persone al giorno, ha il visto il contatore fermarsi ad appena 27mila. 

Grazie alle politiche tempestive allo scoppiare del coronavirus, i 4 Paesi hanno accumulato un vantaggio temporale notevole rispetto ad altre nazioni e si sono potuti permettere il lusso di ritardare le campagne di vaccinazione, sostiene il quotidiano americano. Ma, per gli esperti, ad un prezzo molto alto. Insomma, da mosche bianche a pecore nere. Il virus continua a mutare, nuove varianti si affacciano, più aggressive. E ritardare le campagna di vaccinazioni potrebbe rivelarsi un boomerang.

Tutti e quattro i Paesi dipendono da sieri prodotti all’estero. Ma, specialmente Tokyo e Canberra stanno avendo seri problemi con le forniture. L’Australia, ad esempio, lamenta ritardi per 3,1 milioni di dosi di AstraZeneca che sarebbero dovute arrivare dall’Unione europea. In più, dopo i casi di rare trombosi Canberra ha consigliato di non somministrare il siero anglo-svedese alle persone sotto i 50 anni. Con l’Ue si è lamentato pure il ministro giapponese Taro Kono. Il rischio più grosso lo sta correndo proprio il Giappone, che tra meno di 100 giorni ospiterà i Giochi Olimpici. La recente impennata dei contagi ha portato il governo ad espandere le restrizioni in 10 prefetture dell’arcipelago, incluse le città di Tokyo, Osaka e Nagoya. Ad oggi il vaccino della Pfizer-BioNtech è l’unico approvato dalle autorità sanitarie nipponiche e il Paese del Sol Levante dipende prevalentemente dalle forniture degli stabilimenti europei. Pfizer invierà entro la fine dell’anno 144 milioni di dosi in Giappone. Durante la sua recente visita a Washington il premier Suga ha dichiarato di aver raggiunto un accordo con la casa farmaceutica per un maggiore approvvigionamento dei vaccini. Nel frattempo, però, Tokyo non ha ancora approvato i sieri di Moderna e AstraZeneca nonostante abbia già stipulato contratti con le due case produttrici. 

Al di là della geopolitica dei vaccini, entrano in gioco altri fattori: per i nuovi vaccini, ad esempio, il Giappone richiede sperimentazioni cliniche interne ad hoc. “Siamo stati gli ultimi invitati al party dei vaccini”, ha dichiarato al quotidiano Kim Minho, ricercatrice a Seul. Per la Corea del Sud, così come per gli altri Paesi, sostiene il Nyt, il governo ha fatto troppo affidamento sul rispetto del distanziamento sociale e delle chiusure, illudendosi che potessero bastare. 

Fonte: Repubblica

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