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dal virus cinese ai consolati chiusi tutte le tappe dellescalation delle tensioni tra usa e cina - Dal "virus cinese" ai consolati chiusi, tutte le tappe dell'escalation delle tensioni tra Usa e Cina

PECHINO – Fronti di tensione che si moltiplicano. Sanzioni e ritorsioni quotidiane. Diffidenza sempre più profonda. I rapporti tra Washington e Pechino sono in caduta libera, senza che al momento si riesca a vedere un fondo capace di sorreggerli. L’escalation è decisamente accelerata durante la pandemia e negli ultimi giorni si è ancora allargata: spazia ormai dalle questioni commerciali ai diritti umani, da Hong Kong allo spionaggio industriale, assume connotati di contrapposizione ideologica tra due sistemi. Eccone le principali tappe, che hanno portato le relazioni bilaterali tra Cina e Stati Uniti al punto più basso dal grande disgelo degli Anni ’70, in attesa di capire se il risultato delle elezioni americane sgonfierà almeno in parte le tensioni oppure se, come sostengono in molti, siamo di fronte a un cambio di paradigma radicale nel rapporto tra la superpotenza egemone e quella emergente.

16 marzo: il “virus cinese”

Dopo aver elogiato la risposta di Pechino alla pandemia, Donald Trump usa per la prima volta in un tweet l’espressione “virus cinese” riferendosi al coronavirus. Nelle settimane successive gli sforzi dell’amministrazione americana per attribuire alla Cina la responsabilità della pandemia, sulla base di accuse non sempre circostanziate, si faranno sempre più decisi, così come l’aggressiva campagna di contro propaganda con cui Pechino cerca di cancellare ogni errore. 

15 maggio: colpo a Huawei

Il dipartimento del Commercio americano approva una nuova regola che da settembre impedirà a tutte le aziende, anche straniere, di vendere a Huawei tecnologia americana o prodotti realizzati con macchinari americani. Per il colosso delle telecomunicazioni è un colpo durissimo, perché lo taglia fuori dall’approvvigionamento di chip, il grande Tallone d’Achille cinese. 

21 maggio: la stretta su Hong Kong

La Cina rivela un piano per far approvare al parlamento di Pechino una legge sulla sicurezza nazionale per Hong Kong, bypassando le istituzioni locali. Pochi giorni dopo il dipartimento di Stato americano definisce non più garantita l’autonomia della città.

17 giugno: l’incontro

Nonostante le tensioni crescenti Yiang Jiechi, braccio destro di Xi Jinping per la politica estera, e il segretario di Stato Usa Mike Pompeo si incontrano alle Hawaii.  Molti lo leggono come un tentativo da parte di Pechino di non far precipitare i rapporti. Nelle settimane successive la Cina continuerà a fare grandi ordini di prodotti americani, come previsto dall’accordo commerciale siglato con Trump a gennaio.

22 giugno: meno giornalisti

Il governo americano designa le operazioni dei principali media di Stato cinesi in America come “missioni straniere”, sottoponendole a limitazioni più stringenti. È un nuovo capitolo di una stretta reciproca sui media, che ha portato gli Stati Uniti a ridurre la presenza di reporter cinesi e la Cina a espellere i corrispondenti delle principali testate americane.

1 luglio: una nuova Hong Kong

Entra in vigore la legge sulla sicurezza nazionale per Hong Kong, approvata in tempi record dal Parlamento di Pechino. La norma, formulata in termini ampi e vaghi, dà alle autorità cinesi una facoltà di intervento diretto negli affari legali della città, al punto che secondo molti rappresenta la fine della sua autonomia.

7 luglio: Tibet e TikTok

Il dipartimento di Stato impone delle restrizioni sui visti ai funzionati cinesi coinvolti nella formulazione e nell’esecuzione di politiche che impediscono l’accesso degli stranieri in Tibet. In una intervista televisiva, Pompeo dice che il governo sta valutando di bandire il social network TikTok, di proprietà cinese, giudicato potenziale strumento dello spionaggio di Pechino.

9 luglio: sanzioni per lo Xinjiang

Washington impone delle sanzioni sui funzionari responsabili dei presunti abusi dei diritti umani ai danni della minoranza musulmana nello Xinjiang (in corso almeno dal 2018). Per la prima volta viene colpito un membro del Politburo del Partito comunista, il segretario della provincia Chen Quanguo. Qualche giorno dopo la Cina risponde sanzionando quattro parlamentari americani che hanno promosso norme contro Pechino. Sanzioni e contro sanzioni hanno soprattutto un valore simbolico. 

13 luglio: il Mar Cinese Meridionale

Gli Stati Uniti definiscono “illegali” le rivendicazioni marittime di Pechino nel Mar Cinese Meridionale, etichetta che in precedenza non aveva mai usato nonostante l’occupazione e la militarizzazione delle isole da parte del Dragone prosegua da anni.

14 luglio: ancora Hong Kong

Nello stesso giorno Trump firma l’Hong Kong Autonomy Act, una legge che prevede sanzioni nei confronti di persone o entità che hanno contribuito all’erosione delle libertà della città, e un ordine esecutivo che toglie lo status commerciale privilegiato all’ex colonia inglese. La Cina sanziona la società americana Lockheed Martin per una recente vendita di armi a Taiwan. Il governo inglese annuncia il bando di Huawei dalle reti 5G del Paese, grande vittoria americana.

16 luglio: fuori il Partito

I media americani riportano un’indiscrezione secondo cui il governo americano starebbe valutando di vietare l’ingresso nel Paese a tutti i membri del Partito comunista cinese e alle loro famiglie, in tutto quasi 300 milioni di persone.

Martedì 21 luglio: gli hacker

Il dipartimento di Giustizia americano deposita un’accusa contro due cittadini cinesi sospettati di aver organizzato operazioni di hackeraggio nei contro aziende americane ed europee, con l’obiettivo di sottrarre informazioni e proprietà intellettuale. Secondo il governo americano gli hacker avrebbero agito su mandato o comunque con la complicità del ministero della Sicurezza cinese.

Mercoledì 22 luglio: chiuso il consolato

La Cina comunica di aver ricevuto dagli Stati Uniti l’ordine di sgomberare entro 72 ore il suo consolato di Houston, in Texas. Dipendenti del consolato vengono ripresi mentre bruciano dei documenti nel cortile dell’edificio. Dopo qualche ora il governo americano conferma, spiegando che la mossa serve a proteggere la proprietà intellettuale americana: il consolato avrebbe organizzato una serie di operazioni di spionaggio industriale.

Giovedì 23 luglio: ricercatori dell’esercito

Gli Stati Uniti arrestano tre cittadini cinesi con l’accusa di aver commesso una frode per ottenere il visto di ingresso nel Paese, nascondendo la loro affiliazione con l’esercito cinese. Un quarto cittadino cinese, una donna accusata dello stesso reato, si rifugia nel consolato cinese di San Francisco. Il segretario di Stato Mike Pompeo tiene un discorso nel quale afferma che per un XXI secolo di libertà è necessario rivedere la politica di “ingaggio cieco” con la Cina.

Venerdì 23 luglio: il consolato americano

Pechino annuncia la chiusura del consolato americano di Chengdu, come ritorsione per la chiusura della propria rappresentanza diplomatica a Houston. La definisce una risposta “legittima e necessaria agli atti ingiustificati da parte degli Stati Uniti”.

Fonte: Repubblica

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