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“Il mio Paese ha sopportato tanti mali per decenni, ma siamo di tempra forte e non perderemo mai la voglia di lottare per i nostri diritti”. Dareen Barbar sorride, scuote i lunghi capelli neri e apre gli occhi profondi e caldi come la sua terra, il Libano, il Medioriente.

La sua è una storia di riscatto attraverso lo sport, ma anche di emancipazione e successo in un mondo non facile, in una terra bellissima, ma dura,  attraversata da guerre, attentati, pregiudizi, povertà e odio sociale. Un anno fa l’ultimo dramma: l’esplosione al porto che ha fatto 214 vittime, lasciato senza casa 300mila persone e cambiato il destino il paese. Dareen Barbar ha perso molti amici in quella tragedia.

La sua storia è la storia del Libano, fatta di drammi e conquiste, profonda e sofferta, ma ricca. Giocava a basket nella sua scuola a Beirut, Dareen Barbar, ma a 15 anni le diagnosticano un cancro alle ossa. Il dolore è insopportabile, non c’è nulla da fare, in ospedale le amputano la gamba sinistra fino a oltre il ginocchio; diventa obesa e raggiunge i 150 kg di peso. Il padre lavora in aeroporto, la madre è una casalinga con la passione per l’orto.

Sono momenti davvero difficili. La 15enne Dareen pensa che non tonerà più a camminare. Si sposa, ma dopo il secondo figlio si rompe l’anca. È troppo.  Dareen è resiliente e reagisce: inizia una lunga dieta e una riabilitazione che la porta nel 2015 a partecipare alla maratona di 4 km a Dubai.

Lo sport è lo strumento di riscatto per tornare alla vita e diventare un esempio per le donne mediorientali e non solo: la famiglia reale emiratina la invita a rimanere a Dubai, diventa un’atleta di triathlon, entra nel Guinness dei primati per un “wall sit” (letteralmente, “seduta a parete”, uno squat in appoggio alla parete) durato 2 minuti e 8 secondi.

Vince il premio nella categoria Trasformazione al The World Beauty Fitness and fashion Show di Dubai. Sempre a Dubai nel dicembre 2020 vince il premio Diafa, il Distinctive International Arab festival Awards, il riconoscimento più ambito nel mondo arabo per le donne che si distinguono per loro resilienza, il loro successo.

Ora Dareen, gira il mondo come “motivational speaker”: con la gamba di titanio e campionessa di triathlon, racconta a uomini e donne la sua esperienza e la sua vita. Ma non vuole essere chiamata eroina. “Ma non mi piace essere paragonata a nessuno, ogni persona con il suo corso di vita è differente – spiega – ho faticato molto per diventare quella che sono”.

Il documentario di Benedetta Paravia

Da poco è una delle protagoniste del mondo della moda araba, da quando è stata presentata nel documentario Hi Emirates, in onda su tutti i voli Emirates da agosto, prodotto da Benedetta Paravia, l’italiana impegnata a Dubai con la onlus Angels, che cura donne e bambini gravemente malati e in difficoltà.

Ma non c’è solo Dareen nel documentario Hi Emirates, bensì tante storie di riscatto e di donne resilienti. Come Mouza bin Mohammed al Ameri, emiratina, di origini beduine. Famiglia poverissima, suo padre analfabeta, vivevano nel deserto in una tenda.

Oggi a 44 anni è uno tra i chirurghi più amati e rispettati in Medioriente, da un anno è entrata in Parlamento degli Emirati Arabi Uniti e continua a operare le sue pazienti malate di cancro che segue anche per tutto il decorso post operatorio fino alla riabilitazione.

Fierissima delle sue origini, come tutti i beduini, Mouza parla perfettamente 4 lingue e non si sposa per scelta: “Ci sono tantissimi centri attrezzati per la vecchiaia”, risponde alla madre preoccupata per il suo futuro da single. E Mouza ride.

Al suo fianco, a Dubai, c’è Benedetta Paravia. “La soddisfazione più grande – spiega – è aver portato fortuna e nuove opportunità a ognuna delle protagoniste del documentario. Sono felice di essere diventata un tassello positivo nelle loro vite”.

Fonte: Repubblica

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