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Quando, il 21 novembre di 25 anni fa, dalla lontana Dayton, Ohio, arrivò la notizia che un accordo di pace per la guerra nella ex Jugoslavia era stato raggiunto, l’esultanza fu generale. Respirava Sarajevo, dopo tre anni e mezzo di assedio, respiravano le altre città martoriate. L’urgenza di porre fine alla carneficina provocò un’euforia spontanea. Eppure effimera. A mano a mano che venivano resi pubblici i termini del trattato firmato sotto gli occhi di Bill Clinton dai tre presidenti, Alija Izetbegovic, bosniaco, Franjo Tudjman, croato, e Slobodan Milosevic, serbo, fu chiaro che rimanevano inalterati i presupposti che avevano provocato il conflitto.

Una farraginosa ingegneria istituzionale riconosceva di fatto le rivendicazioni delle etnie, sanciva una partizione e dunque l’impossibilità di continuare a vivere assieme: quanto in realtà a parole si sarebbe voluto evitare.

Il Paese veniva diviso in due “entità”, termine sufficientemente vago perché chiunque potesse rivestirlo di un proprio significato “à la carte”. Nascevano la Federazione croato-musulmana (51 per cento del territorio) e la Repubblica serba di Bosnia (49 per cento), ciascuna dotata di un Parlamento. Più una Camera statale e una presidenza tripartita, con un serbo, un croato e un musulmano che si alternano al comando a turno ogni 8 mesi. Un complesso meccanismo di veti già annunciava il blocco dei processi decisionali, come puntualmente è avvenuto. Corpi di polizia e addirittura due eserciti separati erano la cartina di tornasole della diffidenza che aveva minato il faticoso accordo raggiunto. In teoria un unico Paese, in pratica tre. Perché anche la Federazione croato-musulmana era un artifizio strappato dai mediatori americani ai due riottosi “alleati” nell’area quando i rispettivi leader avrebbero preferito il distacco di quel trattino.

La conseguenza fu (è ancora) il dominio nella vita politica dei partiti etnici, peraltro egemoni anche nelle prime elezioni libere che avevano preceduto la guerra costata più di centomila morti. Un meccanismo di potere che, se non obbliga, però agevola il voto al gruppo di riferimento in cambio di prebende, posti di lavoro, sussidi. E alimenta la corruzione di gruppi dirigenti rimasti pressoché inalterati con ricambi consentiti solo all’interno del clan familistico.

Benché fosse evidente da subito che, silenziati i fucili, ci sarebbe stata urgente necessità di una “Dayton due”, nessuno ha mai osato toccare quel castello di carte nel timore che si potesse franare in un nuovo conflitto. Né la politica dei piccoli passi per riavvicinare i nemici ha prodotto risultati tangibili. La Repubblica serba di Bosnia continua a sognare l’annessione alla madre patria Serbia e il suo capo Milorad Dodik minaccia a ogni pié sospinto un referendum secessionista oltre a negare, ovviamente, le atrocità compiute dal suo popolo come il genocidio di Srebrenica, mentre Radovan Karadzic e Ratko Mladic, i leader politico e militare degli anni fatali, vengono osannati come veri patrioti. I croati di Erzegovina dal canto loro non hanno abbandonato l’idea di unirsi a Zagabria e il loro emblema è lo slogan per il quale “Mostar è la più bella città croata”. Quanto ai bosgnacchi, o musulmani di Bosnia, sentitisi traditi da un occidente di cui pure si credevano parte, hanno rivolto lo sguardo verso correligionari delle petro-monarchie del Golfo e verso la Turchia di Recep Tayyp Erdogan, munifici nel garantire aiuti in cambio di un’influenza nella martoriata regione.

Cristallizzata da Dayton, come prigioniera di una fotografia immutabile, la Bosnia è rimasta un ibrido senza futuro. Un Paese di fatto dipendente dalle elargizioni internazionali, disoccupazione altissima, economia allo stremo. Da dove i giovani cercano soltanto di emigrare. E quasi senza più nemmeno l’illusione di un ingresso nell’Unione europea in tempi brevi nonostante la richiesta di adesione formulata nel 2016: troppo lontana da standard comunitari impossibili da raggiungere a causa dei troppi nodi irrisolti del suo status. Per parafrasare il titolo di un libro dello scrittore ceco Bohumil Hrabal, è “Un Paese dove il tempo si è fermato”. Non c’è guerra, per fortuna. Ma la pace è un’altra cosa.

Fonte: Repubblica

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