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Disordinato, spesso non riesco a trovare oggetti, vestiti, libri. Fino a dieci giorni fa chiedevo a YB ed era fatta. Ma YB, l’afghano che per 24 anni si è occupato di casa mia, è partito. Ventiquattro anni di accesso alle mie cose, un po’ eseguendo ordini, spesso decidendo. Conosceva mie manie, difetti, abitudini, indovinava gli umori. L’impressione che ebbi di lui all’inizio però era stata incerta.

Così esitante e guardingo, lo pensai poco sveglio. In realtà osservava per capire, ricordare, adattarsi. E farmi contento. Di media altezza, smilzo, agile, aveva passato i 30, ma sembrava un ragazzo.

Lo sembra ancora adesso, a parte le tempie un po’ imbiancate. Un giorno disse qualcosa come: “Dio ha fatto noi Hazara magri per poter lavorare in fretta e meglio”. E in fretta divenne conoscitore di ogni angolo della casa, bravo in tutto, persino nel disporre i fiori nei vasi. Un giorno decise anche di cucinare. Confesso che non feci nulla per impedire il doppio lavoro, contento di farmi viziare.

Ricordava date e ricorrenze. Natale la festa preferita. Addobbare e smontare l’albero era compito suo. Il presepe no, forse per avermi visto sorridere del modo in cui piazzava le statuine, da un lato uomini e animali, dall’altro donne, pollame e angeli, restando indeciso sul Bambinello.

Poverissimo, aveva fatto a lungo le pulizie sugli autobus, un lavoro umile e mal pagato. Trovare impiego presso di noi, mi disse, era stata la svolta della sua vita. Anni fa il suo primogenito volle emigrare in Australia illegalmente. Perse per mesi le tracce, si disperò, ma non mancò un giorno dal lavoro. Quando lo ritrovò volle che festeggiassi con lui.

Ora cerca di raggiungerlo con l’intera famiglia. L’arrivo dei talebani l’ha fatto decidere. “Per gli Hazara sarà ancora più difficile”, ha detto, domandando perdono perché mi stava lasciando. Sarebbero partiti prima per il Pakistan, via terra, clandestini. Mi ha chiesto una lettera con le referenze. Avrei voluto scrivere “tesoro di inestimabile valore”.

Stamani ha telefonato per annunciare di aver passato il confine. La famiglia sta bene. Vivranno presso conoscenti per un po’, dipende dal tempo necessario per i visti. Chiede se mangio abbastanza, se dormo. Quando gli dico delle cose che non trovo in un attimo indica dove cercare. Mi invita a essere paziente col suo successore e di stare attento guidando. E di salutare il gatto. Di questi tempi è una storia come tante. Ma YB ha giocato un ruolo così importante nella mia vita che l’ho dovuta raccontare.

Alberto Cairo è responsabile del Programma di Riabilitazione Fisica del Comitato Internazionale della Croce Rossa in Afghanistan

 

Fonte: Repubblica

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