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È stato certamente l’uso di corpi speciali e dei droni turchi e israeliani ad aver facilitato la vittoria delle truppe azere nel Nagorno-Karabakh, ma la ragione principale del loro trionfo sul terreno è stata l’effetto sorpresa.

Pur considerandosi da sempre ostaggio dei cannoni di Baku, il 27 settembre, quando gli azeri hanno riacceso la miccia di una guerra ormai trentennale, i generali armeni non si aspettano che fosse l’inizio di un’offensiva così vasta e profonda. Avevano pensato che si trattasse dei consueti tafferugli lungo la linea di confine degli ultimi anni. Poi, però, quando a Erevan si è finalmente realizzato che l’obiettivo del presidente azero Ilham Aliyev era la riconquista del Nagorno-Karabakh, in molti hanno perfino paventato il rischio di un nuovo genocidio. Eppure, dopo la vittoria del 1994, gli armeni credevano il loro esercito invincibile.

La conquista del Nagorno-Karakakh e dei sette distretti che lo circondano aveva avuto un dirompente valore simbolico:perché quelle montagne erano considerate parte della loro sacra patria, e perché quel trionfo militare riscattava in parte il genocidio subito nel 1915, dimostrando che il popolo armeno non era più condannato all’oppressione. Uno dei motivi della recente débâcle di Erevan è stato senz’altro la disparità delle forze in gioco, in combattimenti convenzionali che si sono svolti come un duello di artiglieria, con i droni che hanno fornito un solido vantaggio all’esercito di Baku. Inoltre, mentre i soldati armeni e quelli dell’esercito dell’autoproclamata Repubblica del Nagorno Karabakh difendevano con coraggio e determinazione la linea del fronte, gli addestratissimi corpi speciali azeri li assediavano accerchiandoli e sgominandoli ovunque.

La micidiale destrezza e duttilità dei caschi di cuoio azeri è stata un’altra sorpresa per il comando armeno. Ma la sconfitta è anche imputabile ai grossolani errori diplomatici degli armeni che hanno ingenuamente sperato sia nell’intervento del Gruppo di Minsk per ottenere un rapido cessate il fuoco sia in un’ingerenza militare russa per fermare il conflitto. Infatti, i tre cessate il fuoco sono tutti stati violati dopo pochi minuti e il Cremlino non ha mai pensato un solo istante di intervenire militarmente tra le parti.

È vero, la Russia ha una base con tremila soldati in Armenia, e ha firmato un accordo di difesa reciproca con l’Armenia, ma questo non riguarda il Nagorno-Karabakh. C’è stata anche una colpevole sottovalutazione dello spirito revanscista azero, con gli armeni che hanno spesso ignorato le bellicose minacce di Baku ogni volta che gli sforzi diplomatici che s’impantanavano per il radicalismo di entrambe le parti. Alla volontà espressa da Ihan Aliyev di vendicare il padre Heyder (costretto a firmare l’armistizio del 1994), gli armeni hanno sempre risposto negando ogni concessione territoriale, come se questa potesse mettere a repentaglio la loro stessa identità. E poi, l’Armenia ricorda il massacro dei suoi a Sumgait nel 1988, ma ignora quello di Khojali, in cui nel 1992 un suo reggimento uccise 613 civili azeri, così come dimentica Agdam, “l’Hiroshima del Nagorno-Karabakh”, Fizulie tutte le altre città a maggioranza azerbaigiana da cui furono costrette a fuggire più di 750mila persone. 

Il premier armeno Nikol Pachinian, pacifista ed ex giornalista d’inchiesta, arrivato al potere nel 2018 dopo una rivoluzione colorata, aveva inizialmente tentato di riavvicinarsi a Baku firmando un accordo che limitava l’uso dei cecchini lungo il confine. Ma ha subito cambiato strada e, per guadagnare il consenso dei più nazionalisti, è tornato sui passi dei governi precedenti, dichiarando che “il Nagorno-Karabakh è Armenia”.

Un affronto che il presidente Aliyev ha giudicato inaccettabile. Non solo: con i suoi attacchi agli oligarchi armeni alleati di Mosca, Pachinian ha anche compromesso l’appoggio incondizionato del Cremlino e s’è guadagnato l’antipatia di Vladimir Putin.

Il 9 novembre scorso, dopo sei settimane di un inedito immobilismo diplomatico-militare nel sud del Caucaso, è stato proprio Putin a impedire che le truppe azere conquistassero tutto il Nagorno-Karabakh, costringendo Aliyev e Pachinian a firmare un accordo di pace molto sfavorevole a quest’ultimo, ma che ha evitato la distruzione totale del suo esercito.

Quanto alle decine di migliaia diarmeni dell’Alto Karabakh che si sono rifugiate in Armenia devono adesso decidere se tornare o meno nelle loro terre.

È verosimile che quelli che vivevano nei sette distretti restituiti a Baku non torneranno più, poiché molti di loro hanno bruciato le loro case andando via. Quelli di Stepanakert, invece, potrebbero decidersi a rientrare nell’enclave contesa che è però sempre più isolata, perché è ormai collegata all’Armenia soltanto da uno stretto corridoio controllato per i prossimi cinque anni dai caschi blu di Mosca.

 

Fonte: Repubblica

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