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PECHINO – Bevuto dai generali in battaglia per brindare dopo una vittoria, amato dai poeti perché scaldava lo stomaco e scioglieva la lingua (e la penna), questo vino vecchio di quasi tremila anni, nato nella città di Shaoxing, servito caldo – magari con una spolveratina di osmanto o una prugna secca – compagno fedele durante i freddi inverni cinesi, sembra essere caduto in disgrazia. Nessuno lo beve più o, meglio, nessuno lo beve più come una volta. Ecco perché Nie Xingyao, produttore di Shanghai, dalle colonne del giornale Sixth Tone si è lanciato in un appassionato appello in difesa dello huangjiu, il vino giallo a base di riso: una delle bevande alcoliche più antiche del mondo. Che rischia di finire relegato in cantina per sempre.

Colpa della “rivoluzione” del baijiu, il liquore bianco – anch’esso dalla storia pluricentenaria – che può arrivare anche fino a sessanta gradi – immancabile sulla tavola di ogni evento sociale degno di questo nome: dalle cene d’affari ad elevata gradazione alcolica fino ai matrimoni, usato perfino nel cin cin tra l’allora primo ministro Zhou Enlai e Richard Nixon durante la visita storica nel 1972 a Pechino, regalo molto apprezzato ancora oggi dai funzionari (una buona bottiglia può costare anche fino a 300 euro) per vedersi aprire qualche porta. E che negli ultimi anni è esploso, grazie soprattutto a strategie di marketing che puntano ai mercati esteri e a rivisitazioni per conquistare i più giovani. 
Lo scorso anno il 70% dei ricavi dei produttori di bevande alcoliche in Cina arrivava proprio dalle vendite di questa acquavite a base di sorgo: 584 miliardi di yuan (76 miliardi di euro) nel 2020, in costante crescita rispetto ai 562 miliardi del 2019. Una marcia inarrestabile che ha surclassato il “cugino” più tranquillo, lo huangjiu, appunto, ad appena tredici miliardi e mezzo di yuan di valore di bottiglie vendute lo scorso anno: appena l’1,5% del mercato alcolico cinese. Confinandolo ormai soltanto in alcune aree del Paese, specialmente l’Est, in città come Shanghai o le province del Jiangsu e dello Zhejiang. 

Vino preferito dalle dinastie che nei secoli hanno regnato nell’Impero Celeste, bevuto dai letterati e dall’élite mandarina, questa bevanda (tra i 14 e i 20 gradi) si continua a preparare allo stesso modo da millenni: l’ammollo e la cottura a vapore del riso, l’essiccazione e la fermentazione in grandi giare: un processo che può durare dai tre ai quattro mesi. Usato, anche, in cucina per preparare ottimi piatti.

Le disgrazie, in realtà, non sono recenti, nota Nie nel suo articolo-appello. “Lo status quo cambiò nel 1949, dopo la fondazione della Repubblica Popolare. Poiché i nuovi leader comunisti – spesso provenienti dalle roccaforti del baijiu come il Sichuan o il Guizhou – portarono il liquore bianco nelle stanze del potere”. 

La crescita del baijiu non è l’unica colpa del declino dell’hangjiu, però. Ce ne sono almeno altre due. Negli anni ’80, quando la Cina di Deng Xiaoping inizia ad aprirsi al mondo, l’import di birra e di vino cresce e le due bevande diventano presto gli status symbol della cultura occidentale che iniziava a penetrare nel Paese. A differenza del baijiu, poi, che in questi anni ha visto rafforzarsi le etichette che lo producono (come la Moutai), non è emerso nessun marchio forte e competitivo per la produzione dello huangjiu. 

Piccola parentesi a proposito di vino importato: interessante come nell’ultimo anno quelli francesi e sudafricani abbiano rimpiazzato quelli australiani. Complici infatti le tensioni geopolitiche tra Pechino e Canberra, i vini australiani nel mercato cinese sono passati dal 40% del 2020 ad appena il 5% del 2021. I francesi sono appena sotto il 45%, grande balzo rispetto al 25% dello scorso anno. Quelli sudafricani sono soltanto il 2%, ma è una crescita del 124% rispetto allo scorso anno.

Non tutto è perduto, però. La rivincita dell’hangjiu potrebbe arrivare proprio dai millennial e dalla Generazione Z, abituata a bere in modo molto diverso dai loro padri o nonni. “Stanno perdendo interesse per la cultura del ‘bere pesante’”, portata avanti da molte aziende alle cene di lavoro. “Una tendenza che sta già costringendo i produttori di baijiu a ripensare le proprie strategie di marketing. I giovani cinesi prediligono bevande meno forti, gradazioni più basse, un mix di sapori”, scrive ancora Nie. E poi, facendo leva sulla storia millenaria di questo vino giallo – vista la spinta sempre più nazionalista nei consumi – per lo huangjiu potrebbe essere arrivato il momento, chissà, del ritorno sulla scena. Pardon, sulla tavola. 

Fonte: Repubblica

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