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PECHINO – Di che cosa parliamo quando parliamo di Taiwan? Perché l’isola è al centro dello scontro con Pechino? E perché la Cina torna a parlare di riunificazione alla madrepatria di quella che considera una “provincia ribelle”? Quali sono gli interessi storici, economici e geopolitici in palio?

L’ex colonia giapponese e rifugio dei nazionalisti sconfitti

A 160 chilometri dalla costa del Fujian, Cina popolare, sorge quella che i portoghesi nel XVI secolo ribattezzarono Formosa. Per secoli l’isola ha avuto vari “padroni”. Prima colonizzata dagli Han durante l’ultima fase dell’impero Ming, poi sotto il controllo dei Qing (l’ultima dinastia cinese), infine ceduta “in perpetuum” ai giapponesi. Per 50 anni, dal 1895 al 1945, Taiwan sarà colonia nipponica. Ma il secondo conflitto mondiale e la guerra civile cinese ne cambieranno per sempre la storia. La sconfitta nel ’45 dei giapponesi riporta Taipei sotto la sovranità della Repubblica di Cina, nata nel 1911 dopo aver spodestato l’imperatore bambino Aisin Gioro Puyi, guidata dal Generalissimo Chiang Kai-shek a capo del Kuomintang. Persa però la guerra civile, combattuta sul continente, con i comunisti di Mao Zedong – che il 1° ottobre del 1949 dal balcone della Porta della Pace Celeste in piazza Tiananmen proclamò la nascita della Repubblica popolare cinese – i nazionalisti di Chiang si rifugiarono sull’isola, dando vita ad un governo autonomo e separato da quello della Cina comunista. 

Gli anni del Terrore Bianco di Chiang Kai-shek

Doveva essere una ritirata breve – il piano di Chiang era infatti quello di riorganizzare i suoi uomini e sbarcare sul continente per spodestare i rossi al potere – si trasformò, invece, in un regime autoritario di stampo fascista. Fu in questo clima che avvenne quello che è passato alla Storia come “l’incidente del 28 febbraio”, e cioè l’arresto di una venditrice illegale di sigarette, i maltrattamenti della polizia, scontri che si diffusero presto in tutta l’isola: 10mila morti e 30mila feriti. Chiang Kai-shek impose la legge marziale (che durò fino al 1987): vietato qualsiasi partito politico, libera stampa censurata, migliaia di oppositori colpiti. Una campagna – il Terrore Bianco – che si intensificò quando Chiang divenne presidente, nel 1950: un regime che cancellò per decenni le elezioni e durante il quale venne modificata la Costituzione per permettergli di rimanere al comando ben oltre i due mandati imposti dalla Carta. La Repubblica di Cina venne ammessa nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, riconosciuta come unica rappresentante del popolo cinese. Da allora, per i comunisti al potere a Pechino, liberare l’ultima provincia significa portare a compimento il disegno della guerra civile. Tensioni e la minaccia di ricorrere all’opzione militare ci sono state durante gli anni ’50 e ’60. Il quadro cambia, però, nel decennio successivo. 

Le turbolenze geopolitiche degli anni Settanta

Gli effetti della cosiddetta “diplomazia del ping pong” portarono nell’ottobre del 1971 l’Assemblea Generale dell’Onu a riconoscere i rappresentanti della Repubblica popolare come gli unici rappresentanti della Cina, espellendo di fatto i diplomatici di Chiang. L’anno successivo la storica visita del presidente americano Nixon – preparata da Kissinger – metterà le basi per il riconoscimento ufficiale degli Stati Uniti del governo di Mao come l’unico legittimo, che avverrà nel 1979. 

I rapporti con gli Stati Uniti e la politica dell’ambiguità strategica americana 

Nonostante il riconoscimento del governo di Pechino, quello stesso anno gli Usa approvano il Taiwan Relations Act, che accorda a Taipei un trattamento alla pari, sostanzialmente, di qualsiasi altro Stato. E’ la politica dell’ambiguità strategica che permette a Washington di mantenere lo status quo tra i due vicini e porsi come “garante” dell’isola continuando a vendere armamenti all’esercito taiwanese e opporsi a qualunque tentativo di usare la forza che possa pregiudicare la sicurezza della popolazione taiwanese, senza però far scattare nessun automatismo di un eventuale intervento militare americano in caso di aggressione dell’isola da parte dell’Esercito di liberazione popolare cinese. 

Il Consensus del 1992 e il principio dell’unica Cina 

Il documento congiunto firmato quell’anno da Pechino e Taipei afferma che: esiste una sola nazione cinese e che Taiwan appartiene alla Cina. Su quale sia quella “giusta”, resta però l’ambiguità. Per il Partito democratico progressista oggi al potere a Taiwan, l’isola è già di fatto una nazione indipendente. Una dichiarazione esplicita in tal senso non c’è mai stata – e mai probabilmente ci sarà – visto che rappresenta la vera linea rossa da non superare per Pechino. L’isola, che ha una propria Costituzione, leader democraticamente eletti e un esercito di 300mila uomini, ha relazioni diplomatiche formali solamente con 14 Paesi (più la Città del Vaticano). 

Arriva Tsai-Ing wen, la prima donna presidente dell’isola: la “bestia nera” dei comunisti

Tutte le comunicazioni ufficiali con Taipei sono interrotte dal 2016, da quando Tsai venne eletta per la prima volta e si rifiutò di sottoscrivere pubblicamente il Consensus, mettendo fine ad un periodo di relativo riavvicinamento tra le due sponde dello Stretto quando l’isola era governata dal leader del Kuomintang Ma Ying-jeou, più vicino a posizioni filocinesi. Pechino considera Tsai, rieletta per un secondo mandato nel 2020, come una “separatista” e, nonostante le richieste della leader democratica di riavviare il dialogo, ha sempre respinto le offerte. 

La Nuova Era di Xi Jinping e la riunificazione a tutti i costi, anche con la forza

Riprendere il controllo dell’isola è uno degli obiettivi che Xi Jinping si è dato in vista del 2049 quando il Paese festeggerà i 100 anni della Repubblica, per diventare un Paese “prospero e potente”. Anche con la forza, se necessario. “L’indipendenza di Taiwan va contro la Storia e porterà in un vicolo cieco: la riunificazione dovrà realizzarsi in base al principio di ‘Un paese due sistemi’”. Lo stesso principio applicato ad Hong Kong. Lo stesso, però, che a Taiwan nessuno vuole. Nessun leader comunista cederà mai su questo punto. Tantomeno Xi: una retorica che gli fa comodo in vista del Congresso del prossimo anno, quando – abolito il limite dei due mandati – si appresterà a diventare presidente a vita. 

La “trappola” nel Mar Cinese meridionale: le sfide geopolitiche ed economiche

Le buone relazioni che l’isola guidata da Tsai sta intessendo negli ultimi anni con gli Usa, il Giappone, l’Australia e l’Unione europea e il nuovo patto dell’Aukus (tra Canberra, Londra e Washington) per contenere l’avanzata cinese nell’Indo-Pacifico, hanno intensificato nelle ultime settimane le azioni dimostrative di Pechino. Dal 1° al 4 ottobre quasi 150 aerei hanno sorvolato lo spazio di identificazione di difesa aerea dell’isola: un messaggio tanto a Taiwan tanto ai suoi alleati. A preoccupare l’Occidente sono motivi geopolitici ed economici. Le rivendicazioni sulle isole del Mar cinese orientale, la linea dei nove punti più a sud – dove Pechino dice di controllare l’80% delle acque, ricche di giacimenti petroliferi (11 miliardi di barili di petrolio) – fino alla “prima catena di isole” che è quella che “imprigiona” i sogni di potenza del Dragone. Ecco perché Taiwan è così importante: la riconquista darebbe la possibilità di fare breccia in questa catena e da lì proiettare tutta la sua forza verso i grandi oceani. E poi ci sono i semiconduttori, che a Pechino tanto servono e che sono di Taiwan il fiore all’occhiello dell’industria nazionale: tassello fondamentale della sfida tecnologica  – e quindi militare ed economica – tra Usa e Cina. 

Rischio invasione?

Da anni l’isola si prepara a difendersi da un’eventuale invasione, anche grazie alle armi comprate dagli americani, mettendo sul piatto nel 2021 24 miliardi di dollari (briciole, però, in confronto agli oltre 200 di Pechino). Molti esperti escludono un intervento militare: per la Cina non sarebbe conveniente. Ma la retorica della “riunificazione a tutti i costi” si fa più forte e le esercitazioni in cielo sempre più frequenti. “Continueremo a rafforzare le nostre difese per garantire che nessuno possa costringerci ad accettare il percorso stabilito dalla Cina che non offre né libertà né democrazia né tantomeno la sovranità per i nostri 23 milioni di cittadini”, ha ripetuto Tsai in occasione della festa nazionale il 10 ottobre. Oggi, quelle acque intorno all’isola sono diventate molto trafficate e incandescenti. Basterebbe il minimo errore per trascinare il mondo in un conflitto che nessuno vuole.

Fonte: Repubblica

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