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A processo domani, in quel piccolo tribunale dove tutto è iniziato e dove tutto sembrava destinato a concludersi rapidamente. Patrick Zaky affronterà per la prima volta – 17 mesi dopo il suo arresto –  i giudici istruttori egiziani: quelli incaricati di spiegare e di dimostrare perchè lo studente dell’università di Bologna è stato arrestato al suo rientro al Cairo per una breve vacanza, nel febbraio 2020. Quelli che – si spera – produrranno per la prima volta prove nel suo caso: fino a questo momento la sua avvocata, Hoda Nasrallah, si è trovata di fronte a una serie di accuse senza documenti nè riferimenti a cui appigliarsi per preparare la difesa. Impossibili da contestare se non con una ripetuta – e finora inutile – proclamazione di innocenza.

Il processo si volgerà a Mansoura, città di origine della famiglia, dove il giovane era stato portato subito dopo l’arresto e brevemente detenuto prima dello spostamento nel famigerato penitenziario di Tora, alla periferia del Cairo, dove sono rinchiusi i più famosi prigionieri politici egiziani.

La trappola della detenzione preventiva

Di non essere l’autore dei post Facebook rapidamente mostrati in aula durante le udienze per il rinnovo della detenzione preventiva, Zaky lo ha ripetuto più volte: i giudici chiamati a decidere della carcerazione preventiva non gli hanno mai creduto e lo hanno condannato a restare in carcere in attesa di processo. Secondo la legge egiziana, una persona può essere tenuta in detenzione preventiva per un periodo massimo di due anni: ma è cosa comune che quando si avvicina la scadenza, vengano modificati i capi di accusa, annullando il calcolo dei tempi e facendo ripartire il conto da zero. Un meccanismo che le organizzazioni per la difesa dei diritti umani definiscono “sliding door”, porta girevole: e che da anni tiene dietro alle sbarre alcuni dei più famosi attivisti egiziani.

Al Sisi a New York

Il processo si apre alla vigilia del viaggio del presidente egiziano Abdel Fatah Al Sisi a New York pèer l’assemblea generale delle Nazioni Unite, dove dovrebbe incontrare il presidente americano Joe Biden. Un viaggio contestatissimo dalle organizzazioni per i diritti umani: in campagna elettorale, Biden aveva promesso che la questione diritti umani sarebbe stata centrale nella politica estera della sua amministrazione. E subito dopo l’elezione per lungo tempo aveva ignorato Al Sisi, definito dal suo predecessore Donald Trump “il mio dittatore preferito”. Ma la crisi di Gaza nella primavera scorsa aveva costretto Washington a un ripensamento visto il ruolo centrale svolto dall’Egitto nella mediazione fra i palestinesi di Gaza e gli israeliani. Nei prossimi giorni dunque la visita, con diversi membri del Congresso e le organizzazioni per i diritti umani americane pronte a una dura contestazione contro Biden.

Fonte: Repubblica

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