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Tel Aviv – È durata ieri più di 12 ore l’ultima udienza del processo in corso al tribunale per la famiglia di Tel Aviv che dovrà decidere sul rientro in Italia di Eitan Biran, 6 anni, unico superstite della tragedia del Mottarone, in base alla Convezione dell’Aja sulla sottrazione dei minori condotti illegalmente all’estero. 

Nei prossimi giorni, gli avvocati delle parti dovranno presentare le loro conclusioni finali in base alle quali la giudice Iris Ilotovich-Segal emetterà la sentenza, prevista entro il 26 ottobre. 

Durante l’udienza, svoltasi a porte chiuse come le tre precedenti, sono stati sentiti numerosi testi e pareri giuridici presentati alla Corte dal team di avvocati di Aya Biran, la zia paterna e tutrice legale del piccolo che ha intentato la causa per il rientro, controinterrogati dai difensori di Shmuel Peleg, il nonno materno che l’11 settembre ha condotto in Israele il bambino all’insaputa della zia. 

Tra i vari pareri ascoltati, anche quelli di diversi esperti di diritto italiano. Due aspetti hanno occupato grande spazio nel dibattimento serrato, svoltosi insolitamente nel weekend e fino a tarda notte, indice dell’urgenza che la giudice riserva alla vicenda. Il primo riguarda la definizione della “residenza abituale” del bambino – uno dei criteri stabiliti dalla Convenzione dell’Aja – che i legali del ramo materno Peleg cercano di provare non sia inequivocabilmente l’Italia, in quanto – secondo la loro tesi – la famiglia ha trascorso lunghi periodi in Israele negli ultimi cinque anni e programmava di tornare a vivere nel Paese di origine al termine degli studi di medicina di Amit Biran, il padre di Eitan, tra le 14 vittime della strage della funivia del 23 maggio. Posizioni contestate fermamente dal ramo paterno della famiglia. 

Il secondo aspetto riguarda la contestazione delle procedure che hanno stabilito l’affidamento del piccolo alla zia paterna – stabilito dal tribunale di Torino e in seguito di Pavia, che secondo la famiglia paterna non avrebbero tenuto in sufficiente considerazione le loro prerogative. Questa linea difensiva è decisamente un campo minato perché contestare sentenze di due corti italiane potrebbe trascinarsi in una disputa tra due Paesi con strette relazioni diplomatiche. In base a casi passati, confermano diversi esperti, difficile pensare che la Corte darà peso a questa linea. 
Nonostante il primo grado di giudizio stia volgendo al termine, non è ancora possibile stabilire una tempistica circa il rientro di Eitan in Italia. Se anche la giudice si dovesse pronunciare in tal senso, con ogni probabilità l’esecutivita’ immediata della sentenza verrà sospesa in attesa di appello, che pure deve svolgersi in tempo stretti (6 settimane) secondo quanto stabilito dalla Convenzione dell’Aja. 

La decisione se rendere immediatamente esecutiva la sentenza, qualsiasi essa sia, spetterà ai giudici del Tribunale distrettuale di Tel Aviv che discuteranno il probabile appello che sarà presentato dalla parte sconfitta in primo grado. 

In parallelo, l’indagine penale per rapimento di minore a carico di Shmuel Peleg prosegue sia in Italia – dove sono indagati anche Esther Cohen, la nonna materna (ex moglie di Peleg) e l’autista che ha condotto il nonno e il nipote da Pavia a Lugano, dove si sono imbarcati sul jet privato affittato da Peleg – sia in Israele. La polizia israeliana ha raccolto nei giorni scorsi la deposizione di Aya Biran e Shmuel Peleg verrà nuovamente sentito a completamento del primo interrogatorio avvenuto il 14 settembre, a seguito del quale era stato condotto ai domiciliari per 4 giorni. Fino al termine delle indagini non gli è consentito lasciare Israele. 

Fonte: Repubblica

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