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Rabat – Dalle elezioni in Marocco arriva un risultato inedito per l’area: per la prima volta crollano gli islamisti. Dopo 10 anni di governo, il partito della Giustizia e dello Sviluppo (Pjd), ha ottenuto solo 12 seggi contro i 125 della precedente legislatura. Neppure il segretario, già dimissionario, ed ex premier El Othmani, è riuscito a garantirsi un posto in Parlamento. Hanno trionfato i liberali di centro-destra del Raggruppamento nazionale degli indipendenti (Rni) guidati da Aziz Akhannouch, tycoon di grande carisma molto vicino al Re, che con i suoi 97 deputati e gli 82 del Pam, partito dell’Autenticità e della Modernità, pure di centro destra, guiderà la nuova coalizione di governo.

Signor Akhannouch, lo slogan della vostra campagna elettorale è stato “Meriti di meglio” e i marocchini hanno risposto affermativamente facendovi arrivare primi e mandando a casa il Pjd. Come ci siete riusciti?
“Il nostro progetto non è nato contro qualcuno, o contro gli islamisti in generale. È nato per i marocchini, per migliorare le loro condizioni di vita. Abbiamo messo i cittadini al centro e gli elettori lo hanno capito. Il risultato di oggi è il frutto di cinque anni di lavoro ininterrotto sul territorio durante i quali abbiamo aperto un dialogo con i cittadini girando il Marocco in lungo e in largo senza tralasciare nessuna città o villaggio e cercando di capire quali fossero le priorità della gente. Sono stati gli elettori a darci le piccole e grandi idee che riguardavano le problematiche che si trovavano a vivere nella loro quotidianità nel concreto. Abbiamo costruito il nostro programma in base a esse. Alla fine il nostro programma rispecchiava quello che la maggior parte dei marocchini si aspettava dalla politica e ha giocato un ruolo fondamentale, ma la reputazione dei politici in campo non è stata da meno. Anche le figure del nostro partito che avevano responsabilità ministeriali nel governo precedente si erano distinte per capacità e affidabilità. Il Pjd ha comunque passato 10 anni al governo. Dieci anni in cui è stato messo sotto esame dagli elettori e ha potuto chiarire la sua proposta ai marocchini. Ma non bisogna dimenticare che gli ultimi anni segnati da pandemia e perdita dei posti di lavoro non sono stati facili. I marocchini hanno sentito l’esigenza di cambiare e i risultati sono stati certamente una chiamata al cambiamento. Il nostro resta un Paese democratico. Agli islamisti è stata data una prima e una seconda possibilità. Adesso il popolo ha deciso di cambiare e ha dato a noi, e ad altri partiti con i quali si dovrà formare la maggioranza, il compito di voltare pagina”.

La sorpresa di questi elezioni è stata anche l’affluenza sopra il 50 per cento, non del tutto scontata…

“Soprattutto in tempi di Covid. Tre milioni in più di elettori e molti giovani che hanno votato per la prima volta. Questo significa grande speranza e fiducia”.

Da dove inizierete la vostra sfida per migliorare la vita dei cittadini?
“Il punto centrale è senz’altro il lavoro. Non a caso abbiamo promesso un milione di posti di lavoro nei prossimi cinque anni. Dovremo rafforzare gli investimenti per creare impiego. Poi c’è la questione della sanità. Bisogna costruire lo scheletro di una sanità pubblica solida, con medici all’altezza per quantità e qualità. Abbiamo previsto un budget per questo. I marocchini inoltre vogliono una buona istruzione per i loro figli. In questo campo non può esserci discriminazione territoriale tra città e villaggi. Tutti devono avere la possibilità di andare in una buona scuola. Non tralasciamo neppure la figura degli insegnanti. Devono avere sempre più strumenti di formazione oltre alla possibilità di aumento del salario, perché una buona istruzione è il pilastro del futuro dei nostri figli. E poi c’è la questione della fragilità del lavoro informale, che taglia completamente alcuni cittadini fuori dalle coperture sociali e sanitarie. Su questo abbiamo un progetto preciso di recupero”.

E quali sono i vostri obiettivi in politica estera?
“Il nostro re Mohammed VI ha da sempre avuto una visione chiara: l’apertura verso il mondo. E così continuerà ad essere. Abbiamo il primo importante accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, c’è l’apertura massima agli investimenti nell’Africa. E poi l’Europa che consideriamo un alleato fondamentale”.

Quanto sta succedendo in Afghanistan vi fa temere che i giovani più fragili possano diventare vittima della radicalizzazione?
“Credo che i giovani di oggi siano aperti al mondo. Conoscono le lingue e vogliono impararne altre, sentono la curiosità di capire e scoprire che cosa accade intorno a loro, in Europa, negli Stati Uniti, ovunque possano arrivare. Il web in questo aiuta. I problemi nascono quando i giovani non trovano strumenti adatti per coltivare le loro ambizioni. Credo sia questa la sfida per qualsiasi Paese, non solo musulmano. Il nostro compito è scongiurare conflitti aiutando i giovani a raggiungere i loro traguardi, promuovendo lo sviluppo e facendo sì che nel Paese nessuno si senta escluso o lasciato indietro”.

Fonte: Repubblica

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