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Tel Aviv – Anche le quarte elezioni in due anni non sciolgono il rebus delle alleanze e alla chiusura delle urne alle 22:00 locali, gli exit poll rispecchiano quanto pronosticato dai sondaggi: la strada verso il 35mo governo israeliano è tutta in salita. Il blocco Netanyahu conta tra i 53 e i 54 seggi, i suoi rivali 59-60, ossia, al momento, nessuno raggiunge i 61 seggi (su 120) necessari a formare una maggioranza. Nel mezzo ci sono 7-8 seggi che potrebbero essere l’ago della bilancia per cercare di sbloccare una situazione di stallo politico che si protrae dal dicembre 2018. Sono quelli di Naftali Bennett, la destra nazionalista che ammicca al centro: cinque in più dell’attuale Knesset. Oltre agli ultraortodossi (15 seggi tra due partiti), alleati tradizionali di Netanyahu, e alla destra nazionalista religiosa (7 seggi), Bennett è l’unico che non ha posto il veto a un nuovo governo del contestato premier in carica.

Sarà forse una strada meno tortuosa di quella apertasi con le elezioni precedenti, avvenute solo il 2 marzo 2020, che all’epoca ha impiegato due mesi e mezzo per portare a un instabile governo di unità nazionale, con l’alleanza tra i due Benjamin, Netanyahu e Gantz. E se il “referendum su Netanyahu” non ha raggiunto il quorum, rispetto alle tre precedenti tornate elettorali il premier in carica incassa comunque una vittoria, nonostante il processo penale che lo vede coinvolto: il Likud resta il primo partito (tra i 30 e 32 seggi). Israele sta uscendo dalla pandemia, il successo della campagna vaccinale, che ha coinciso con quella elettorale, ha dato i suoi frutti. Perde intorno ai 5 seggi rispetto alla Knesset attuale, che hanno seguito probabilmente Gideon Saar, fuoriuscito dal Likud a dicembre e dato allora come il vero rivale, mentre oggi guadagna solo 6 seggi.

Più di 10 seggi lo separano dal secondo partito, Yesh Atid di Yair Lapid, che è dato a 18. Una variabile non da poco con cui dovrà fare i conti il presidente Rivlin nel stabilire a chi assegnare per primo l’incarico di formare un governo dopo le consultazioni che inizieranno il 31 marzo. Gli altri leader della “coalizione del cambiamento” ottengono numeri a una cifra: Avigdor Lieberman scende a 5; l’unica leader donna, Merav Michaeli, riesce a far resuscitare lo storico partito laburista, che oggi viaggia però sui 7 seggi; la Lista Araba Unita (Lau) si posiziona tra i 7 e i 9 seggi, penalizzata rispetto ai 15 della Knesset uscente da una rottura interna e da un forte calo nell’affluenza alle urne in particolare dell’elettorato arabo. L’approccio pragmatico di Mansour Abbas, il parlamentare arabo che si era posto come la grande novità dell’ultima campagna elettorale affermando che avrebbe sostenuto “il governo che offrirà di più”, senza quindi escludere un governo di destra, non è stato premiato dagli elettori, e in tutti gli exit poll è l’unico partito tra quelli in bilico che non passa la soglia di sbarramento (3,25). Abbas ha tuttavia dichiarato di essere fiducioso che lo spoglio di tutti i seggi confermerà l’ingresso di Ra’am, come accaduto nella consultazione dell’aprile 2019.

Gli altri partiti dati per tentennanti stralciano invece le previsioni negative date dai sondaggi: 6 seggi per la sinistra di Meretz; 8 per Blu Bianco di Gantz, l’attuale ministro della Sicurezza (in caduta libera dai 33 delle scorse elezioni, prima della spaccatura con Lapid); 7 per la coalizione sionista-religiosa di Betzalel Smotrich – che Bennett ha fatto fuori dal suo partito per ripulirsi nell’eventualità di un’alleanza con il centro-sinistra. Con Smotrich entrano esponenti dell’estrema destra che si oppongono a qualsiasi concessione territoriale, alcuni apertamente omofobi, che si riveleranno critici per la formazione di un governo Netanyahu, ma al contempo saranno la sua spina nel fianco. Nel ringraziare i sostenitori, Yair Lapid ha detto “faremo di tutto per portare a un cambiamento. Non nascerà un governo sostenuto da estremisti razzisti”.

Netanyahu alle 2:30 di mattina prende la parola in un discorso che canta una semi vittoria, “un enorme risultato per la destra e per il Likud a mia guida”. Sa che anche Bennett potrebbe non bastare a raggiungere i 61, e quindi specifica: “noi non boicottiamo nessuno. Intendo parlare con ogni singolo parlamentare che si riconosca nei nostri obiettivi per evitare quinte elezioni”. Gli altri leader di partito sono ancora cauti nell’esultare, alla luce del fatto che questi numeri potrebbero subire stravolgimenti con il conteggio di mezzo milione di schede doppie (positivi, quarantenati, diplomatici, soldati, tutti quanti non abbiano votato presso il proprio seggio di residenza), il cui spoglio inizia solo a 24 ore dalla chiusura delle urne e si concluderà venerdì, in quanto richiede una procedura di verifica anti-brogli più complessa.

Al momento si profilano diversi scenari per raggiungere i 61 seggi necessari a creare una maggioranza. Se, con il sostegno di Bennett (e forse di qualche disertore), Netanyahu ottenesse gli agognati 61, si tratterebbe della coalizione più a destra della storia del Paese, ma a quanto pare la più plausibile. In questo scenario, la questione palestinese, assente da tutte le ultime consultazioni elettorali, potrebbe fare nuovamente capolino, così come è stato per un momento ieri, quando un missile lanciato da Gaza è esploso, senza causare danni, nei pressi di Beer Sheva, proprio mentre Netanyahu stava concludendo lì la sua campagna.

Se Bennett rimanesse con gli alleati del “tutto tranne Bibi” si tratterebbe di una coalizione di ben 67 seggi tra destra nazionalista, partiti arabi e sinistra progressista, dalla tenuta quindi molto instabile. Infine, se i partiti ultraortodossi, noti per le loro posizioni pragmatiche, portassero in dote i propri 15 seggi alla compagine avversaria a Netanyahu – ottenendo molti benefit in cambio – i giochi potrebbero essere fatti, con una coalizione intorno ai 63. Non è uno scenario così astruso, considerato che Rabin nel ’92 riuscì a fare sedere i laicissimi di Meretz con i haredim di Shas. E tra le opzioni sul piatto, nessuno esclude che si possa sempre andare a quinte elezioni.

Fonte: Repubblica

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