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LONDRA. “E pensare che tutto era solo un hobby per me”, dice oggi. Poi però sono arrivati gli scoop mondiali, come le ultime rivelazioni sull’identità degli agenti segreti russi avvelenatori del dissente anti-Putin Aleksej Navalnyj, degli Skripal e di un’altra donna deceduta a Salisbury, le prove sull’uso di armi chimiche da parte del regime siriano di Bashar al Assad. E poi le scoperte in Libia e sull’abbattimento dell’aereo MH17 in Ucraina da parte di combattenti russofili. Eliot Higgins è un inglese di 42 anni, vive a Leicester, è un “nerd”, uno smanettone, con crisi di panico ricorrenti, e giura di non avere nulla in comune con Julian Assange: “Non godo del suo culto della personalità”, ha detto giorni fa al Financial Times, “e posso essere licenziato dal board della mia creatura in qualsiasi momento”. Anzi, Wikileaks nel 2016 accusò Higgins di essere al soldo del ministero della Difesa britannico.

Perché nel 2014 Eliot Higgins ha fondato Bellingcat, l’oramai celebre piattaforma online di “open source investigation”, ossia inchieste, più volte esplosive, realizzate grazie a fonti e documenti liberi e disponibili su Internet. Bellingcat, con le sue esclusive, ha rivoluzionato alcuni capitoli della storia contemporanea, tanto che Putin ha dovuto cambiare le leggi per in Russia per sbarrargli la strada. Stamattina Higgins ha partecipato a un meeting organizzato dall’Associazione Stampa straniera di Londra (Foreign Press Association, Fpa) in occasione dell’uscita in Regno Unito del suo libro autobiografico “We Are Bellingcat: An Intelligence Agency for the People”, (Bloomsbury Publishing, 254 pp., 20 sterline). E per un’ora ha risposto alle domande dei corrispondenti esteri nella capitale britannica fra cui noi di Repubblica, discutendo del ruolo del giornalismo di oggi e dei social media, della storia di Bellingcat, del peso delle fake news oggi, dell’incredibile miniera di dati personali e informazioni segrete che cova Internet .

Higgins, ci racconta come è nato Bellingcat?

“Dieci anni fa passavo molto tempo sui social network e commentavo il live blog del Guardian quando sui social a un certo punto iniziano a girare dei video dalla Libia (dove era appena scoppiata la rivolta contro Muammar Gheddafi, ndr). C’era tantissimo materiale interessante che però secondo me non riceveva la risonanza adeguata dei media, che consideravano quei media poco affidabili, o fonte di complottismi. Allora ho incrociato quei documenti online con immagini satellitari, geolocalizzazioni, elementi di archivio, ma senza voler fare giornalismo: semplicemente, volevo dimostrare di aver ragione, cosa che in realtà mi piace fare ancora oggi. Il mio approccio è semplicemente analitico”.

E poi?

“Lo stesso è capitato con alcuni video che iniziarono ad arrivare dalla Siria nel 2012. Analizzavo ogni arma mostrata dai miliziani ribelli, molte di queste erano di origine sovietica. Un anno dopo, dopo varie ricerche e controlli online, ho capito che provenivano dalla ex Jugoslavia. Allora ho contattato un giornalista del New York Times che ha fatto le sue verifiche con l’amministrazione americana. Alla fine, abbiamo scoperto che si trattava di un traffico di armi orchestrato dall’Arabia Saudita, storia che è finita in prima pagina proprio sul Nyt. Allora alcuni media, come il Guardian, hanno iniziato ad intervistarmi. Ma il primo vero colpo è arrivato mentre stavo lavorando sull’uso di armi chimiche in Siria nel 2013: inizialmente molti, incluso Seymour Hersh sulla London Review of Books, avevano scaricato la responsabilità sui ribelli anti-Assad, ma in molti video precedenti avevo notato che per esempio le forze governative utilizzavano lo stesso tipo di razzi per lanciarle. Molti considerano queste ricerche come “nuovo giornalismo” contrapposto a un “vecchio”, ma non è così: le mie sono inedite tecniche investigative che invece possono sostenere e aiutare il giornalismo “classico”, anche perché c’è un interesse sempre più ampio per le “open source investigation”.

E così è nato Bellingcat.

“Sì, a quel punto ho deciso di lanciare un sito per questo tipo di inchieste con altri collaboratori (sono 20 in tutto il mondo al momento, ndr). Il nome viene dal paragone con i topi che vogliono tenere sotto controllo un grosso gatto (cat) attaccandogli una campana (bell) al collo. Qualche giorno dopo, il volo malese MH17 partito da Amsterdam è precipitato in Ucraina, e abbiamo scoperto in Rete le prove del coinvolgimento dei combattenti russofili, incluse le foto dei lanciamissili Buk. Con giovani e volontari abbiamo creato un vero e proprio team di inchieste: spesso non siamo assolutamente esperti su ogni questione, ma grazie alla Rete abbiamo il supporto di giornalisti sul campo e altre eccellenze: l’importante è connettere persone, conoscenze, creare una comunità di investigatori, una sorta di “intelligence del popolo”. Ovviamente, ogni materiale che si trova in Internet va controllato, incrociato con altri documenti o video, si cercano e uniscono elementi per capire l’esatto luogo dove per esempio è stato girato il filmato, e ricostruire la storia dietro quell’eco di notizie e report che si diffonde online”.

Ha ricevuto minacce o intimidazioni per il suo lavoro?

Sono stato attaccato negli anni in modi diversi, in maniera sempre più sostenuta, da quando abbiamo appurato le responsabilità dei filorussi nell’abbattimento del MH17. Fino a quel momento, Mosca non ci aveva preso sul serio. Poi però sono iniziati quelli che considero comportamenti odiosi, come i media di stato russi che hanno iniziato a chiedere tutto di me, ad assillarmi in ogni sede istituzionale e non, addirittura seguendo fino alla porta di casa mia madre e mio fratello. Il governo russo ha iniziato a fare campagna contro di noi in patria. Ho subito tentativi di attacchi hacker “phishing” via email. E dopo il caso Skripal, l’ambasciatore russo a Londra ha iniziato ad accusarci pesantemente: fra le cose che ha detto di noi, quella che saremmo parte del “profondo establishment” britannico. Ora le nostre rivelazioni sulle spie assassine russe, e ce ne saranno di altre, sicuramente rappresenteranno un elemento ulteriore di pericolo”.

Come fate a distinguere documenti o video fasulli da quelli veri?

“Anche qui serve tanto lavoro oscuro. In genere un video fake è una brutta copia di qualcosa già esistente e quindi con i nostri mezzi tecnologici riusciamo molto spesso a risalire all’originale. Credo che questa sarà presto una funzione incorporata negli stessi social media”.

Perché Bellingcat ha fatto e fa scoop che ai giornalisti tradizionali a volte non riescono?

“Perché, almeno fino a qualche anno fa, se un giornalista classico avesse detto al suo capo “scusami, devo guardare tutto il giorno alcuni video su YouTube”, sarebbe stato cacciato dalla stanza. Il lavoro che fa Bellingcat è a tempo pieno, anche oltre, e non puoi farlo se allo stesso tempo devi essere anche un giornalista tradizionale. Non a caso, da qualche tempo New York Times e Bbc hanno creato dei team appositi per l’open source investigation, mi pare con buoni risultati”.

Come vi finanziate?

“Siamo simili a una ong, anche negli stipendi (Holmes ha un salario di 90mila sterline lorde all’anno, ndr). Il 30% dei fondi arriva da workshop sulle open source investigation che abbiamo organizzato, il 10% dal crowdfunding mentre il resto da vari finanziatori riportati sul nostro sito (Adessium, The National Endowment for Democracy, The Dutch Postcode Lottery, Zandstorm CV, Sigrid Rausing Trust, Stichting Saxum Volutum, ndr).

Bellingcat è stata criticata per aver fatto ricorso più volte al mercato nero dei dati in Russia, una pratica per diversi giornalisti non proprio ortodossa. Lei come risponde?

Christo Grozev (che Navalnyj ha definito “lo Sherlock Holmes dei nostri tempi”, ndr) è il nostro investigatore principe sulla Russia, le spie di Mosca sono sempre state una sua passione e per noi fa il volontario. Dal 2013 si è reso conto del grande valore di queste banche date clandestine in Russia e dell’aiuto che avrebbero potuto darci nelle nostre inchieste. Così ha deciso di comprare diversi “pacchetti” di dati e informazioni, che ovviamente vanno sempre verificati, nel tempo. Alla fine, grazie a questa mole di documenti dal mercato nero, incrociati con altre informazioni, siamo riusciti a risalire per esempio all’identità degli agenti segreti russi che volevano avvelenare Sergej Skripal e Aleksej Navalnyj. Anche la reazione degli 007 di Mosca ci è stata utile in questo senso, perché per esempio modificavano grossolanamente le copie dei documenti di Alexander MishkinAnatolij Chepiga (gli autori dell’attacco al gas nervino a Salisbury, ndr), e, comparandoli, questa era un’ulteriore prova che avevamo messo le mani sui loro documenti originali. Non è eticamente corretto dal punto di vista giornalistico? Forse è vero. Ma se così si scoprono gli assassini di uno spietato attacco chimico, si portano alla ribalta i piani maligni della Russia e dunque si evitano altre potenziali vittime, perché no?”.

Fonte: Repubblica

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