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In Etiopia, i ribelli del Tigray hanno conquistato il sito Unesco di Lalibela, nel nord del Paese. A difendere le undici chiese medievali scavate nella roccia non c’era nessuno: “Sono arrivati nel pomeriggio. Non c’è stato alcun combattimento, le forze di sicurezza non sono nell’area”, hanno affermato i residenti all’agenzia di stampa Afp.  Il vicesindaco di Lalibela, Mandefro Tadesse, ha confermato alla Bbc che migliaia di combattenti hanno preso d’assalto il luogo sacro per milioni di cristiani ortodossi: “Non ci sono state sparatorie, ma in molti stanno scappando dalla città”.

Dopo aver conquistato la capitale del Tigray, a fine giugno, l’esercito del Tdf (forze di difesa tigrine) spinge verso sud, minacciando di arrivare fino alla capitale Addis Abeba, a circa 645 chilometri dal sito Unesco preso oggi. Migliaia di persone sono state uccise dallo scoppio della guerra lo scorso novembre, quando il primo ministro Abiy Ahmed ha inviato le sue truppe per rovesciare il governo del Fronte di liberazione del popolo del Tigray (TPLF) nella regione, partito che dominava la politica nazionale prima che Abiy entrasse in carica nel 2018.

In questi otto mesi le organizzazioni internazionali hanno accusato le forze tigrine e il governo etiope di aver commesso crimini di guerra e violazioni contro i diritti umani. Le Nazioni Unite hanno lanciato l’allarme carestia per almeno 350mila persone. Ma per le ong è difficile entrare nella regione per aiutare i sopravvissuti e milioni di sfollati. Sono state diverse le testimonianze di violenti massacri, come quello avvenuto ad Axum a novembre, e devastazioni con gravi danni al patrimonio culturale e religioso del Paese.

“Lalibela è patrimonio dell’umanità, dobbiamo cooperare per garantire che questo tesoro sia preservato”, ha affermato Mandefro preoccupato che adesso tocchi al sito sacro considerato la “Nuova Gerusalemme” sopperire a saccheggi e distruzioni. Anche da Washington, sempre più preoccupata per il conflitto, arriva la richiesta di rispettare e preservare le chiese monolitiche, rinnovando l’appello a interrompere le atrocità.  

Il governo non ha ancora confermato che Lalibela è sotto il controllo del TPLF. “Non c’è bisogno di nominare i luoghi presi perché i combattimenti si stanno svolgendo su tre fronti”, ha detto il portavoce regionale di Amhara, Gizachew Muluneh, all’inizio della settimana.

Fonte: Repubblica

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