Condividi:
223114579 87cca6ca 41ae 4d41 a399 f649da03ba2f - Etiopia, la guerra di Abiy. Il Nobel per la Pace ora combatte al fronte

Il premio Nobel per la pace va alla guerra. Il primo ministro etiopico Abiy Ahmed ha smesso il completo scuro, ha indossato la mimetica e si è avviato al fronte di un conflitto che un anno fa ha ordinato senza averlo voluto e oggi sta miseramente perdendo. Non sono bastati l’appello alla mobilitazione nazionale, la chiamata alle armi degli abitanti della capitale, la proclamazione dello stato d’emergenza: il premier ha ritenuto necessario questo gesto estremo, esemplare, quasi l’annuncio di un sacrificio. Ha lasciato il Paese nelle mani del ministro degli Esteri e si è allontanato dal governo. Nulla meglio della sua decisione può illustrare il dramma dell’Etiopia, che rischia l’implosione, la disintegrazione. Uno Stato che pur attraverso rivoluzioni e drastici cambiamenti può vantare – unico nel continente africano – una continuità bimillenaria; il solo ad aver attraversato il secolo del colonialismo mantenendo la propria indipendenza (eccettuato il triennio dell’aggressione fascista 1936-39), è oggi sull’orlo del baratro.

Il gesto del premier etiopico non ha un valore soltanto dimostrativo. Per quindici anni, prima di diventare un politico, Abiy Ahmed è stato un militare. Quand’era ancora adolescente combatté contro il regime militar-comunista del Derg, crollato nel 1991. Ricevette poi un addestramento vero e proprio, fu inquadrato nelle nuove Forze armate e salì su per i ranghi fino al grado di tenente colonnello. Prima di lasciare l’uniforme, nel 2006, contribuì a disinnescare gli scontri tra musulmani e cristiani nella sua città natale di Beshasha, costati diversi morti. Seppe convincere i leader delle opposte fazioni a sedersi a parlare, fino al raggiungimento di un compromesso. Da lì la fama di mediatore e uomo di pace, poi confermata da atti ben più eclatanti. E il primo disegnarsi del tragico paradosso della sua vita: da militare favorì l’armonia tra i connazionali; da civile li ha fatti precipitare nella guerra.

Quando ascese al potere nel 2018, a 43 anni, il nuovo primo ministro fu una sorpresa. Il suo nome era una scelta di compromesso, che risolse un lungo stallo tra le contrapposte fazioni della coalizione al potere. E qui si radica il secondo paradosso, il secondo atto della tragedia di Abiy Ahmed. Per la prima volta un Oromo, esponente dell’etnia maggioritaria che non aveva mai governato il Paese, anzi in passato era stata trattata alla stregua di un ceto servile, raggiungeva la poltrona più alta. Mai nella storia etiopica un cambiamento così significativo era avvenuta senza conflitto, senza spargimento di sangue, bensì con un consenso politico. Tuttavia il grande perdente di quella svolta, il gruppo dirigente tigrino, che fino ad allora aveva esercitato un potere sproporzionato rispetto alla minoranza etnica che rappresentava, non accettò di essere messo da parte. Così da quell’intesa incruenta si avviò il concatenarsi di vicende che in capo a tre anni avrebbe portato alla guerra.

Il terzo paradosso è ovviamente il più crudele. Il figlio di un padre musulmano e di una madre cristiana, l’uomo che aveva costruito la propria carriera sulla cultura della mediazione e dell’accordo, il leader che a pochi giorni dal suo insediamento aveva abbracciato la vicina Eritrea, mettendo fine a un conflitto ventennale (di qui il premio Nobel per la pace); quella stessa persona vede oggi il suo Paese diviso da una guerra feroce, che non risparmia i civili anzi ne fa il proprio campo di battaglia, commettendo stupri, violenze, massacri e lasciando corso a una carestia devastante.

Non c’è dubbio che quell’uomo sorridente, dall’apparenza mite, motivato da una fede zelante (aderisce alla Chiesa evangelica pentecostale), che ha invano chiamato i suoi connazionali a un patto di unità capace di trascendere le identità etniche (o meglio “nazionali” nel linguaggio politico etiopico), sia oggi una figura degna di una tragedia shakespeariana. Perché guardando retrospettivamente quello che è accaduto dal giorno della sua ascesa al potere a oggi, il suo cammino appare segnato dall’ineluttabilità della tragedia. Il consenso, anzi l’entusiasmo che accompagnarono i suoi primi passi – le riforme liberali, la liberazione dei detenuti politici, l’apertura ai media, il ruolo accresciuto delle donne nel governo – rafforzarono l’odio dei suoi nemici. E le loro provocazioni, fino agli atti di aperta ostilità contro le Forze armate federali, finirono per non lasciargli alternativa a una risposta militare. Che domani potrebbe travolgerlo.

Fonte: Repubblica

Condividi:

Di

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Su questo sito Web utilizziamo strumenti di prima o di terzi che memorizzano piccoli file (cookie) sul dispositivo. I cookie vengono normalmente utilizzati per consentire al sito di funzionare correttamente (cookie tecnici), per generare report di navigazione (cookie statistici) e per pubblicizzare adeguatamente i nostri servizi /prodotti (cookie di profilazione). Possiamo utilizzare direttamente i cookie tecnici, ma hai il diritto di scegliere se abilitare o meno i cookie statistici e di profilazione. Abilitando questi cookie, ci aiuti a offrirti un’esperienza migliore. Cookie policy