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225848470 6a81570f 7325 48bb 8068 70a6ad3c4d78 - Facebook per 5,8 milioni di Vip una deroga ai protocolli di moderazione social

NEW YORK – Tutti gli utenti Facebook sono uguali: ma qualcuno è più uguale degli altri. Già, proprio come nella Fattoria degli Animali di George Orwell, il romanzo del 1945 parodia del sistema comunista sovietico, il social fondato da Mark Zuckerberg ha sempre sostenuto che le sue regole di comportamento sono assolutamente democratiche: si applicano allo stesso modo a tutti i suoi tre miliardi e passa di utenti. Invece, secondo un’inchiesta del Wall Street Journal, la società ha realizzato un sistema che permette a milioni di ricchi e famosi di usarlo infischiandosene delle regole. Esentati o per lo meno agevolati dal seguire alcune – o addirittura tutte – le norme degli altri comuni mortali. La piattaforma usa infatti il sistema “XCheck” noto anche come “controllo incrociato” anche che applica regole di moderazione dei contenuti ben diversi quando si tratta di account di politici, giornalisti e celebrità di vario tipo.  

Permettendo, di fatto, ad almeno 5,8 milioni di persone di non subire  immediatamente ripercussioni per ciò che postano sulle loro bacheche. Con buona pace di contenuti che violano le regole del social. Un portavoce di  Facebook, ammettendo di fatto la pratica, ha detto al WSJ che la società  sta gradualmente eliminando la lista preferenziale. In realtà almeno fino al 2020 il numero di utenti “liberi di far tutto” è stato addirittura aumentato. L’inchiesta, pubblicata online stamattina, è basata su una serie di documenti interni confidenziali dove di fatto si ammette: “Non facciamo quanto proclamiamo pubblicamente”. In poche ore ha fatto perdere al titolo quotato in borsa già lo 0,50 per cento. 

Nel 2019, proprio quella regola ha permesso alla star brasiliana del calcio Neymar di esporre i nudi della donna che lo aveva accusato di stupro a decine di milioni di fan: il post rimosso solo dopo innumerevoli segnalazioni. Fra le affermazioni scorrette dei Vip nella lista privilegiata, ci sono d’altronde molte affermazioni pur ritenute false e scorrette dai fact checker – i verificatori – di Facebook: inclusi messaggi dove si definiscono i vaccini mortali, accuse di pedofilia rivolte a Hillary Clinton ma anche fake news sull’ex presidente Donald Trump – uno dei pochi cui l’account è stato sospeso e solo dopo le violenze a Capitol Hill dello scorso 6 gennaio – secondo cui avrebbe definito i richiedenti asilo “animali” .  

L’accusa del quotidiano finanziario è grave: il social avrebbe infatti ingannato pure il suo stesso Oversight Board, l’organismo creato dalla stessa piattaforma per vegliare sulle scelte e sulle responsabilità della società: solo pochi mesi fa, a giugno, Facebook ha infatti dichiarato per iscritto che le eccezioni riguardano solo “un limitato numero di casi”. Sostenendo che il sistema “è stato creato per aggiungere un passaggio di controllo in più” su contenuti delicati messi nero su bianco da personaggi in vista. 

Quando il sistema conclude che uno di quegli account ha infranto le regole, il contenuto non viene però automaticamente rimosso come accade invece a tutti gli altri (con decisioni sbagliate nel 10 per cento dei casi, secondo una stima dello stesso Zuckerberg). O per lo meno non subito. I reclami vengono inviati ad  un sistema separato, gestito da dipendenti ben formati, per subire un ulteriore livello di revisione. Ma quel processo prende tempo, come il caso di Neymar conferma: i moderatori di Facebook non sono stati in grado di rimuovere immediatamente le immagini. Permettendo di fatto a 56 milioni di utenti (dei 150 che seguono il calciatore su Facebook e Instagram) di vedere quanto poi Facebook ha bollato come “revenge porn”, pubblicazione di immagini porno per mera vendetta. Le foto in questione sono poi state rimosse. Ma l’account dell’atleta non è stato toccato: «Abbiamo deciso di lasciare attivi gli account di Neymar, una deviazione dalla nostra consueta politica di disattivazione del profilo».

Fonte: Repubblica

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