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fermati hanno ucciso mio marito la richiesta disperata di una vedova al presidente del peru per i morti di covid 19 - "Fermati, hanno ucciso mio marito": la richiesta disperata di una vedova al presidente del Perù per i morti di Covid-19

“Fermati presidente. Hanno ucciso mio marito. Fermati, vieni a vedere come si muore in questo ospedale”. Corre disperata Celia Capira, 33 anni, mentre soffoca i singhiozzi sotto la mascherina e la visiera anti Covid che le proteggono il viso. “Per favore”, grida con l’affanno verso il convoglio di gipponi e camionette che scortano il presidente del Perú Martín Vizcarra reduce da una tumultuosa visita a Cajamarca, seconda città nel Nord-Est del paese.

La donna di origini andine è una delle migliaia di parenti che assiepano da settimane l’ospedale pubblico Honorio Delgado. Accompagnano e assistono i colpiti dal Covid 19 che lottano contro la morte; non ci sono più letti nei reparti di terapia intensiva, gli ospedali scoppiano, manca personale specializzato, sono finite anche le bombole d’ossigeno che i parenti si contendono strappandole a quelli che sono appena deceduti.

Una situazione drammatica, esplosiva. Il Perú è il quinto paese al mondo per numero di positivi, 362.000, con 13.579 morti, stando ai dati della Johns Hopkins University. Vizcarra conosce questa realtà. Gira spesso per il paese, ascolta, si impegna, fa quello che può. Ma stavolta la visita è più complicata. Cajamarca è una bomba, sociale e sanitaria. Lo attendono centinaia di medici e infermieri, stravolti dai turni e dal lavoro continuo che sostengono da settimane. L’annuncio della visita attira la gente che assieme ai parenti improvvisa una protesta. Tutti chiedono, tutti parlano. La sicurezza protegge Vizcarra che entra nell’ospedale, ascolta quello che gli spiegano i dirigenti e le autorità cittadine. Una visita veloce, poi monta sulla camionetta bianca pronta a partire.

Celia Capira ha appena saputo che suo marito, Adolfo Mamani, 57 anni, è morto. È disperata. Corre verso il convoglio, viene bloccata dagli agenti che devono contenere la folla. Supera il cordone, riprende a correre. Grida, singhiozza, urla ancora il suo dolore. Si ferma davanti all’auto del presidente. “Per favore”, implora tra le lacrime, “metta più medici specialisti, presidente, “questo dolore è troppo grande, sono necessarie più medicine”. Vizcarra non si ferma. Riparte. Dirà più tardi, durante il Consiglio dei ministri: “Mi scuso con Celia. Non l’ho sentita e mi dispiace. Sono abituato ad ascoltare la gente che incontro. Anche chi protesta. Sono fatto così. Questa volta non mi sono accorto e chiedo perdono a questa donna”.

La corsa disperata è stata ripresa ed è finita in rete dove diventa presto virale. Tutti i quotidiani peruviani hanno rilanciato la storia che è finita anche sul Guardian e il New York Times. In un’intervista a Rpp, la radio pubblica più ascoltata nel paese, Celia Capira ha raccontato il suo dramma, simile a tanti altri: ha tre figli di 14, 6 e un anno. “Adesso”, ha detto singhiozzando, “non hanno più padre”. Al quotidiano La Republica ha spiegato che suo marito si era ammalato martedì scorso. Era stato ricoverato in un tendone di triage allestito all’esterno dell’ospedale che era già stracolmo di pazienti. Ha atteso per cinque giorni che si liberasse un posto nei reparti. “Mi hanno detto che stava meglio. Invece è morto”, si è sfogata. “È stato ucciso dal governo”.

Al giornale ha raccontato cosa ha visto nei giorni in cui assisteva il marito. “L’ospedale era al collasso. C’erano morti dappertutto. Chi seduto per terra, chi su un carrello, chi su una sedia a rotelle. Non riesco più a dormire. Ogni volta che chiudo gli occhi vedo tutti quei morti”. La donna ha spiegato che suo marito a un certo punto aveva esaurito l’ossigeno. Si è messa a cercare una bombola tra gli altri ammalati. “C’era una paziente”, ha raccontato a La Republica, “che era morta. Dovevo prendere il suo respiratore. Ma eravamo in tanti. Come lupi. Aspettavamo solo che qualcuno morisse per afferrare la macchina. Ho lottato, ci sono riuscita. Poi sono tornata a casa e al mio ritorno mi hanno detto che mio marito era deceduto”. 

La caccia alle bombole d’ossigeno è diventato un business: i prezzi sono saliti oltre i mille dollari. La corsa di Celia Capira è diventata l’emblema della crisi del sistema sanitario peruviano. Anche qui, come in molti paesi dell’America Latina, quello pubblico è stato soppiantato negli anni da quello privato che accoglie solo chi ha un’assicurazione. Un decreto del presidente lo ha obbligato ad aprire i suoi reparti dopo un lungo braccio di ferro sul prezzo delle convenzioni. Leonardo Chirinos, direttore della Sanità pubblica a Arequipa, ha ammesso che “la pandemia ha travolto la capacità dei nostri ospedali”, riporta il Guardian. “L’ospedale da campo installato durante il fine settimana scorso è arrivato troppo tardi”.

Zacarias Madariaga, responsabile della salute ambientale della regione, a cui il Vizcarra ha affidato la gestione di tutta la sanità pubblica della zona di Cajamarca, ha raccontato che otto squadre di specialisti raccolgono dai 10 ai 15 cadaveri al giorno nelle case. Cinque volte di più dell’inizio della pandemia. “Non ho mai visto nulla di simile”, ha commentato.

Il Perú è stato uno dei paesi che ha contenuto meglio il Covid-19. Ma il virus adesso si è accanito con forza. La giovane ministra della Salute Pilar Mazzetti ammette che i dati ufficiali non sono attendibili: “Fino a metà giugno un nuovo conteggio ha riscontrato 3.688 morti in più. Il totale delle vittime è 17.455”.

Fonte: Repubblica

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