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BANGKOK – Nell’ennesima convocazione davanti ai giudici filippini la pluripremiata giornalista Maria Ressa ha negato le ultime accuse di evasione fiscale, uno dei numerosi capi di imputazione considerati un pretesto per intimidire politicamente la redazione del sito di news online Rappler da lei fondato nel 2016 e fin dall’inizio critico verso il governo del presidente Rodrigo Duterte.

Ressa, che ha doppia cittadinanza statunitense-filippina, si è dichiarata in un tweet “NON colpevole” del reato a lei attribuito in quanto amministratrice della start up sottoposta oggi alla quinta audizione giudiziaria, stavolta presso il Tribunale regionale di Pasig che la sospetta di una presunta violazione fiscale sulla dichiarazione Iva di Rappler del secondo trimestre 2015 per un piccolo importo, circa 5mila euro di “certificati di deposito” non pagati. Secondo la pubblica accusa avrebbe omesso i proventi di una vendita di quote a investitori stranieri che potrebbero portare l’autorità di regolamentazione dei titoli a revocarle la licenza giustificando le accuse avanzate dal governo di una “proprietà straniera” del “fastidioso” sito di notizie.

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Il governo giustifica la lunga serie dei processi come “regolari procedure di accertamento legale” e non come attacchi alla libertà di stampa. Il mese scorso un tribunale di Manila aveva condannato Ressa e un ex reporter di Rappler con l’accusa di aver diffamato un ricco e potente uomo d’affari per i suoi rapporti con un giudice corrotto a una pena di sei anni di carcere, pena sospesa in attesa della verifica dei ricorsi. Ma oltre a un altro caso di presunta diffamazione, la giornalista nominata “persona dell’anno 2018” dalla rivista Time dovrà affrontare prossimamente altri tre processi per violazioni relative alle dichiarazioni dei redditi e della partita Iva dello stesso anno 2015 oltre a un caso di “sospetta evasione fiscale”. “Andremo avanti nella difesa passo per passo”, ha dichiarato Ressa.

Nella loro difesa i legali di Rappler hanno sostenuto che i “certificati di deposito” o Pdr non sono redditi imponibili e che vanno applicati solo ai “commercianti di valori mobiliari”, non a una società editrice. Una ulteriore prova, dicono, del tipo di persecuzione applicata contro i media critici verso Duterte, al quale viene attribuita – dopo la sanguinosa “campagna antidroga” con migliaia di vittime – anche la nuova legge anti terrorismo che assegna ampi poteri alla polizia e la chiusura del popolare canale tv Abs Cbn al quale non è stata rinnovata la licenza.

Proprio alla vigilia di questo quinto processo oltre 400 docenti universitari, giornalisti e membri del Congresso americano hanno pubblicato un annuncio a tutta pagina sul Washington Post a sostegno di Maria Ressa per sollecitare il governo degli Stati Uniti a “usare la sua influenza” per convincere il governo filippino a far cadere tutte le accuse, considerando l’amicizia personale tra lo stesso presidente Donald Trump e Duterte.

Ma intanto le procedure per riportare Maria Ressa e Rappler davanti alla magistratura continuano e presto saranno esaminati il sesto e settimo caso che riguardano altre presunte violazioni del codice per i titoli fiscali nel tentativo di provare la proprietà straniera di Rappler, sempre negata dalla giornalista e dal consiglio di amministrazione, i cui membri saranno assieme a lei sul banco degli imputati. L’ottava denuncia penale contro Ressa per diffamazione a mezzo stampa online è stata presentata dallo stesso uomo d’affari Wilfredo Keng che ha ottenuto l’ultima condanna della giornalista nonché del redattore che aveva firmato il servizio.

Fonte: Repubblica

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