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Come molti altri Paesi, anche la libertaria Francia è provvista d’una sua ingombrante tradizione antisemita. Nella Modernità si è andati dall’antigiudaismo cattolico all’anticapitalismo nazional-populista di destra o di sinistra, dall’antisionismo filopalestinese al negazionismo tout court. Negli ultimi anni, il riemergere degli attacchi antiebraici è stato collegato soprattutto alla crescita del radicalismo islamico. Ma in entrambi i casi scoppiati in questi giorni i fondamentalisti musulmani non c’entrano. Protagonista della prima storia è tale Cassandre Fristot, insegnante e militante di estrema destra, in attesa di processo con l’accusa di incitamento all’odio razziale. Durante una manifestazione No Vax a Metz (Mosella), la ragazza, un’algida biondina di 33 anni, aveva esibito un cartello con su scritte due sole parole tanto enigmatiche quanto apparentemente inoffensive: “Mais qui?”. Dietro quel “Ma chi?” si nasconde una vicenda parecchio tortuosa cominciata un paio di mesi fa. Proviamo a riassumerla. 

Il 18 giugno scorso, un generale in pensione, Dominique Delawarde, viene intervistato su CNews, canale televisivo in gran voga e di tendenza conservatrice. Lo hanno invitato perché l’alto ufficiale è stato tra i firmatari di uno degli appelli (le cosiddette “Tribunes des généraux”) nei quali decine di migliaia di militari, a riposo o ancora in attività, denunciavano il disfacimento di una Francia ormai corrosa – a loro dire – dall’immigrazione selvaggia, dal radicalismo islamico e da un’insicurezza generalizzata. Insomma, una Nazione sull’orlo della guerra civile. E una situazione che, in assenza di politiche nerborute, potrebbe rendere necessario l’intervento delle forze armate – ammonivano i soldati. Cos’era? Una minaccia golpista? O vetero-bonapartismo di ritorno? Oppure un doveroso campanello d’allarme, magari espresso con formule un po’ troppo rudi? 

Le petizioni dei generali hanno scatenato polemiche sconfinate. Ma che c’entrano con la biondina? C’entrano perché quel “Mais qui?” era un’allusione all’intervista tv del generale. Alla domanda di un ospite in studio su “Chi” abbia oggi in Francia il controllo dei media, il militare aveva risposto: «La comunità che lei ben conosce». Ossia quella ebraica. Da qui la liaison con il cartello della dimostrante. Che, insieme al “Mais qui?”, brandiva una lista di potenti accusati di muovere i fili della pandemia. 

Si è trattato di uno slogan antisemita a bassa intensità, come pretendono i minimalisti, o invece di una vera e propria istigazione razzista? La Licra (Lega internazionale contro il razzismo e l’antisemitismo) e il filosofo Bernard-Henri Lévy (citato tra i “colpevoli” sul cartello) sono scesi in campo a sostegno della seconda ipotesi. 

Anche durante le proteste dei Gilets Jaunes (2018-’19) erano affiorati qua e là sproloqui antiebraici. E adesso spezzoni dei Gilet Gialli – o di quel che ne resta – sono rifluiti nei movimenti No Vax / No Pass. Nel corso di uno degli ultimi cortei un’altra ragazza ha detto davanti alle telecamere, a proposito degli ebrei: «Hanno molto risentimento verso i bianchi… Ci considerano delle bestie, esseri intrinsecamente inferiori… Sta scritto nel Talmud… Sarebbe meglio se non esistessero». 

Ad appesantire il clima s’è poi aggiunta, ieri, la scoperta di un sito web antisemita che già dal nome la diceva tutta: “Ils sont partout”, Loro sono ovunque. Immediatamente oscurata, la pagina è finita sotto inchiesta. Era una specie di “Guida Monaci” del cospirazionismo: un lungo elenco di personalità ebraiche – francesi e non – della politica, dell’economia, della cultura o del giornalismo. Di ogni personaggio si forniva una piccola scheda segnaletica con foto, genealogia, stato civile, professione, guadagni, patrimonio… e tanto di link a Wikipedia. 

A proposito: “Je suis partout” era anche il nome di un settimanale che negli anni del regime filonazista di Vichy fu tra i principali megafoni dell’odio razziale.

Fonte: Repubblica

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