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C’era grande attesa per la deposizione di Peter Cherif al processo per l’attacco terroristico a Charlie Hebdo del 2015. Ma il veterano della jihad francese, sospettato di essere stato un ingranaggio essenziale se non l’istigatore dell’attentato di Parigi, venerdì si è trincerato in un silenzio di piombo, venti minuti di mutismo davanti alla corte speciale d’assise di Parigi.

Cherif avrebbe dovuto testimoniare il 24 settembre scorso in videoconferenza dalla prigione di Bois-d’Arcy (Yvelines), ma l’udienza era stata sospesa. Poi venerdì la sua presenza è stata più volte posticipata “per motivi legati al suo rifiuto di comparire”. Le trattative per portarlo a parlare sono state aspre, intervallate da scene anche “umilianti”, scrive Le Point: “i magistrati, gli avvocati, le parti civili, l’intera sala in ascolto, i volti protesi verso gli schermi e un telefono che squilla nel vuoto”.

Poco prima delle 18, l’uomo appare finalmente sullo schermo incorniciato da due poliziotti: il capo rasato, il volto coperto dalla mascherina e le braccia incrociate.

Ma quando il presidente dà finalmente inizio all’interrogatorio chiedendo il nome all’imputato, Peter Cherif si lancia nella recitazione in arabo della Fatiha, la sura di apertura del Corano, e poi annuncia: “In nome di Dio il misericordioso, l’unica testimonianza che vi porterò oggi qui, è la testimonianza dell’unicità di Dio”. “Un leggero disagio pervade la stanza”, racconta il quotidiano francese Le Monde, “si intensifica di minuto in minuto”.

Incalzato dal presidente, risponde soltanto: “Sono stato costretto a venire qui per testimoniare su un caso con cui non ho nulla a che fare, non risponderò a nessuna domanda. Non ho questo atteggiamento per il gusto di provocare. Ma invito tutti gli uomini a riflettere, a porre la domanda essenziale della presenza dell’uomo sulla Terra e ad aprire gli occhi sul messaggio del profeta Maometto. Questa è l’unica cosa che ti dirò oggi”.

Peter Cherif non compare nel box a fianco degli altri imputati perché è stato arrestato solo nel dicembre del 2018, a Gibuti, con la moglie ei due figli. Ora è detenuto in attesa del processo per “associazione terroristica”.
 

Fonte: Repubblica

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