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La morsa che teneva aperti i freni, il cosiddetto “forchettone” non era stato dimenticato inserito ma aveva una precisa funzione, quella di aggirare un’anomalia ai freni che durava da un mese e mezzo. Una scelta criminale, fatta anche al prezzo della vita di 14 persone, poiché quel pezzo di ferro rosso, che serve per tenere aperte le morse del freno d’emergenza, è con tutta probabilità la principale causa dello schianto della cabina della funivia che collega Stresa al Mottarone. 

Funivia Stresa-Mottarone, ritrovato il secondo “forchettone” usato per disattivare il freno

773570 thumb rep 260521 mottarone secondo forchet - Funivia Mottarone, trovato un altro "forchettone" servito per disattivare il freno. Tre fermati nella notte: "Hanno ammesso, volevano aggirare anomalia"

Sulla funivia schiantatasi domenica c’erano due freni, e altrettanti forchettoni indebitamente inseriti per non far scattare il blocco automatico. Il primo era stato trovato ancora al suo posto dagli inquirenti, il secondo è stato trovato stamattina accanto alla cabina, forse saltato via a causa dell’impatto.

La presenza di entrambi i dispositivi è l’ennesima prova, se ancora ce ne fosse bisogno, della volontà di disattivare i freni della funivia: una “scelta deliberata e assolutamente consapevole – ha detto stamattina il procuratore di Verbania, Olimpia Bossi – Non si è trattata di una omissione occasionale o di una dimenticanza, ma la scelta precisa di disattivare questo sistema di emergenza per ovviare quelli che erano degli inconvenienti tecnici, che si stavano verificando sulla linea, dovuti proprio ad un malfunzionamento del sistema frenante di emergenza. Disattivandolo la cabina poteva fare le sue corse senza problemi”.

Sull’altro evnto che ha provocato la tragedia, ovvero la rottura del cavo, c’è ancora da indagare: “In questo momento – ha spiegato il procuratore – non abbiamo elementi per ritenere i due fatti collegati“, ossia la rottura della fune trainante della funivia e il blocco del sistema frenante di sicurezza, “o reciprocamente collegati. Sulla fune non possiamo avanzare ipotesi: siamo sempre in attesa delle verifiche tecniche di cui parlerò con il consulente tecnico che arriverà domani”. Se il malfunzionamento del sistema di sicurezza è imputabile ai tre fermati, insomma, “sul cavo non posso aggiungere nulla perché siamo al punto in cui stavamo ieri”, conclude.

“Per quello che ci risulta oggi -ha aggiunto Olimpia Bossi – il forchettone è stato inserito più volte, non sono in grado di dire se in maniera costante o solo quanto si verificavano questi difetti di funzionamento. Certamente domenica non è stato il primo giorno e questo è stato ammesso“.

Le tre persone arrestate nella notte per il disastro alla funivia del Mottarone, infatti, hanno ammesso le responsabilità loro contestate, come ha spiegato il comandante provinciale dei Carabinieri di Verbania, tenente colonnello Alberto Cicognani. “Il freno non e’ stato attivato volontariamente? Si’, si’, lo hanno ammesso“. “C’erano malfunzionamenti nella funivia, – ha spiegato l’ufficiale – è stata chiamata la manutenzione, che non ha risolto il problema, o lo ha risolto solo in parte. Per evitare ulteriori interruzioni del servizio, hanno scelto di lasciare la ‘forchetta’, che impedisce al freno d’emergenza di entrare in funzione”.

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Gli interrogatori ai dipendenti della società Ferrovie del Mottarone si sono conclusi verso le quattro di notte con tre persone fermate: Luigi Nerini, titolare dell’impresa che gestisce la funivia, difeso dall’avvocato Pasquale Pantano, il direttore dell’esercizio Enrico Perocchio e il capo servizio Gabriele Tadini. “Uno sviluppo consequenziale, molto grave e inquietante, agli accertamenti che abbiamo svolto. Nella convinzione che mai si sarebbe potuto verificare una rottura del cavo si è corso il rischio che ha purtroppo poi determinato l’esito fatale”, ha spiegato la procuratrice Olimpia Bossi, lasciando la caserma.

A loro carico ci sono “gravi indizi di colpevolezza” che hanno portato la procuratrice capo di Verbania Olimpia Bossi e la sostituta Laura Carrera a disporre il fermo: “Si è trattato di una scelta consapevole dettata da ragioni economiche. L’impianto avrebbe dovuto restare fermo”, ha detto Bossi, che ha coordinato le indagini dei carabinieri che, guidati dal comandante provinciale di Verbania Alberto Cicognani, hanno raccolto il materiare per arrivare a muovere queste contestazioni.

Cambiata anche l’ipotesi di reato: all’omicidio colposo si è aggiunto l’articolo 437 del codice penale che punisce con una condanna fino a 10 anni la rimozione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro, aggravate se da quel fatto deriva un disastro. I tre arrestati sono stati portati in carcere a Verbania. E nelle prossime ore sarà chiesta la convalida del fermo e l’applicazione di una misura cautelare.

Secondo quanto ricostruito, da circa un mese, ossia da quando la funivia era stata riaperta dopo il lockdown, la centralina rilevava delle anomalie sull’impianto frenante di una delle due cabine. La segnalazione era stata presa in considerazione, tanto che erano stati chiesti anche degli interventi di manutenzione. Tuttavia non erano stati risolutivi e sarebbe stato necessario un lavoro più incisivo che avrebbe probabilmente tenuto fermo l’impianto proprio ora che la bella stagione era appena iniziata e il Covid stava mollando la presa.

D’altra parte però era complicato continuare con quella cabina che di tanto in tanto si fermava e toccava andarla a recuperare trainandola con fatica fino alla stazione. Ecco allora che una soluzione è stata trovata non per risolvere il problema, ma per aggirarlo, e da alcuni giorni era stato sistemato il forchettone che escludeva i freni di emergenza. In ogni caso questo non spiega la rottura del cavo, che era un fattore imprevedibile.

Le indagini per lo schianto della funivia del Mottarone hanno subito un’improvvisa accelerazione durante la notte quando è entrato in caserma Luigi Nerini, il titolare della società Ferrovie del Mottarone che gestisce l’impianto, la cui proprietà pubblica viene rimpallata tra Regione Piemonte e Comune di Stresa.

Nel pomeriggio erano iniziate le convocazioni come testimoni dei dipendenti della società che gestisce l’impianto di risalita. Dopo una serie di domande incrociate tra i vari lavoratori, verso le sette e mezza di sera l’arrivo di un avvocato ha rivelato che la posizione di uno dei lavoratori si era complicata portando all’iscrizione nel registro degli indagati di un primo nome.

A notte fonda alcuni dei testimoni hanno lasciato la caserma, ma i carabinieri hanno continuato a interrogare ad oltranza fino a quando non è stata chiarita la situazione. In giornata erano stati acquisiti documenti anche in Regione ed era stata sequestrata anche la registrazione della telefonata al 118 di chi per primo ha dato l’allarme. 

Fonte: Repubblica

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