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231405194 92a05bf9 466f 47dd a788 24d78d7a1c23 - Gary Sick: "La Casa Bianca di Biden troppo debole con l'Iran"

NEW YORK – «L’amministrazione Biden si è mostrata debole con l’Iran in questi mesi e ora, con la nuova presidenza Raisi, le cose non miglioreranno di certo. Il presidente in realtà non voleva mantenere le politiche di Donald Trump, pensava di rilanciare quelle di Barack Obama. Ma si è messa all’angolo con le sue stesse mani. Perché all’interno del partito democratico ci sono posizioni estremamente dure verso l’Iran. E siccome Biden aveva bisogno di ogni voto possibile per far passare la propria politica economica interna e ha dunque mostrato più volte i muscoli a Teheran, chiedendo un accordo più lungo e più forte. Ma gli americani di fatto, sono poi rimasti immobili. Si sono tenuti un passo indietro nei negoziati. E non hanno agito né con la forza sbandierata e nemmeno provando a ricucire lo strappo di Trump». Gary Sick, 84 anni, è l’ex consigliere alla Sicurezza nazionale che fu uomo di punta di Jimmy Carter durante la crisi degli ostaggi all’ambasciata Usa di Teheran. Fra i massimi conoscitori americani della situazione iraniana, cui ha dedicato cinque saggi, dirige il Gulf/2000 Project della Columbia University.  

L’ex presidente Hassan Rouhani voleva far dialogare l’Iran con gli americani. E ora con Raisi, cosa succederà?  

«È un esponente dell’area più dura, non c’è dubbio. I conservatori si sono rafforzati nel paese anche grazie alle politiche di Donald Trump: il suo ritiro dall’accordo ha rafforzato la retorica dell’ayatollah Khamenei che ha ripetutamente dipingo come bugiardi coloro con cui si era lungamente negoziato. L’amministrazione Trump aveva scommesso sulla debolezza dell’Iran, pensando che le sanzioni sarebbero state la spinta per abbattere il regime. E in effetti il paese ha effettivamente perso il 30 per cento del suo potere economico. Ma poi gli ayatollah hanno trovato il modo di aggirare il sistema bancario sanzionato attraverso, per dire, bitcoin e altre cripto valute. Insomma, si sono adattato ai tempi. E il regime non è crollato. Un segnale preoccupante. Hanno molti problemi interni. E li gestiscono male. Ma sono violenti contro chiunque tenti di cambiare il sistema, come tutti i governi autoritari. In un certo senso l’Iran di oggi mi ricorda l’Unione Sovietica: interessato solo alla propria sopravvivenza».  

La vittoria di Raisi ha sorpreso gli americani? Perché non c’è stata una maggior apertura, come chiedeva il presidente iraniano uscente?  

«Non direi. Gli uomini chiamati da Biden sono gli stessi che negoziarono l’accordo sul nucleare, sapevano bene cosa aspettarsi. Hanno detto che ora l’accordo avrà più valore perché svincolato dalle dinamiche interne di Teheran. Ma in realtà a guidare l’agenda di Biden, come già quella di molti altri presidenti americani prima di lui sono soprattutto le dinamiche politiche interne».  

Negoziato nucleare in salita?  

«La mia impressione è che si ripartirà da zero. Raisi chiederà di alleggerire le sanzioni e userà pure lo spauracchio dell’arma atomica. Gli iraniani hanno già ricominciato ad arricchire l’uranio. Potrebbero perfino già averla. Ma d’altro canto gli americani non possono alleggerire troppo le sanzioni, che l’amministrazione precedente ha messo quasi su ogni cosa, senza apparire deboli in casa. Per Biden è una situazione molto complessa, e rischia ricadute sulla sua intera politica estera. Qualsiasi cosa fa, gli crea problemi con altri alleati nella regione. Tornare indietro, ai tempi di Obama è praticamente impossibile».   

Fonte: Repubblica

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